La sfida all'ultimo voto sta per iniziare: falchi contro colombe a caccia del superstipendio da governatore
Dopo Lagarde, via alle danze. C’è tanta agitazione nella Grande Voliera di Francoforte. Entro fine mese dovranno pervenire le candidature alla vicepresidenza della Bce. E non se n’abbia a male il buon De Guindos se non gli si crede fino in fondo quando dice che per quanto riguarda la presidenza, invece, “ogni discorso è prematuro”. I giorni della Civetta (ipsa dixit) Christine Lagarde stanno terminando. Il suo mandato scadrà nel 2027. C’è tempo, dicono. Non ce n’è davvero, lo sappiamo tutti. Alle sue spalle, della Civetta Lagarde, già stridono i falchi, tubano le colombe.
Il dopo Lagarde e il superstipendio da prendere
Tutti sognano di prendere le redini della Banca Centrale Europea. Non fosse altro perché, alla presidenza, si guadagna fin troppo bene. Oggi madame Lagarde incassa quattro volte quello che incamera il suo omologo americano Jerome Powell. Solo lo stipendio base è di 466mila euro. E poi ci sono i benefit. La Civetta, nel 2024, ha incassato 135mila euro aggiuntivi per spese di alloggio e altre amenità. Quindi ci ha unito pure gli emolumenti per la sua partecipazione alla Banca dei regolamenti internazionali: altri 125mila euro. Che portano il totale ben oltre i 726mila euro. Chissà, magari potrebbe farci un pensierino proprio Powell che, del resto, è in uscita dalla Fed.
L’America dice basta al rigore
L’ultimo avviso (di sfratto) glielo ha mandato dal Minnesota il segretario al Commercio Scott Bessent: “Il taglio dei tassi di interesse avrà un impatto tangibile sulla vita di ogni cittadino. È l’unico ingrediente mancante per una crescita economica ancora più forte. Per questo motivo la Fed non dovrebbe indugiare”. La strada, in America, è tracciata: basta rigore monetario. Un segnale che l’Europa non dovrebbe per niente trascurare. La Bce, come è fin troppo noto a chiunque abbia acceso un mutuo, ha alzato i tassi per contrastare l’inflazione seguendo proprio pedissequamente l’esempio Fed. Peccato, però, che le cause alla base degli aumenti, tra Vecchio e Nuovo Continente, fossero completamente diverse. E il risultato è stato quello di deprimere ciò che rimaneva della produzione e dell’economia europea.
L’euro forte e il commercio estero che scende
Come ben sanno in Germania. Ma, si sa, la fissazione è peggio della malattia. E gli uccelli non brillano per sagacia. Negli ultimi tempi i falchi, che son riusciti a frenare la corsa al ridimensionamento del costo del denaro, hanno lasciato trapelare il sogno dell’euro forte, della valuta globale di riserva capace di sganciare tutte le economie globali dal riferimento al dollaro. Sogno per loro, che vivono d’ideologia e volontà di potenza. Incubo per chiunque, a cominciare dalle imprese, che con una moneta troppo più forte del dollaro rischiano seriamente di perdere buona parte del loro appeal sui mercati esteri. A cominciare da quello americano, dove il surplus commerciale Ue s’è già ridotto ad appena 6,3 miliardi.
Falchi vs Colombe: gli sfidanti
Dall’Olanda, stando a un sondaggio del Financial Times, emerge il nome del signor Klaas Knot. Sarebbe lui il portabandiera dei falchi. Schnabel permettendo. Gli si oppone uno spagnolo, Hernandez De Cos. Alfiere delle colombe. Il primo, secondo il Ft, sarebbe appoggiato dal 24% degli intervistati, il secondo dal 26%. Tutti i riflettori, misteriosamente, sono stati per Knot. Manco fosse già stato eletto e manco fosse chissà che enfant prodige dell’alta finanza. La sfida per il dopo Lagarde è già incardinata. E da qui fino al 2027 sarà senza esclusione di colpi. Coi falchi che vogliono prendersi tutto e le colombe che dovranno far pesare, oltre al loro peso specifico, un po’ di sano realismo.