L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



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Olimpiadi e stereotipi: quando il podio femminile vale meno di un titolo sessista

di Laura Tecce -


Immagina di essere Jutta Leerdam: allenarti per una vita, sacrificare adolescenza e leggerezza. Arrivi alle Olimpiadi di Milano-Cortina, vinci l’oro nel pattinaggio di velocità e scopri che per una parte dei media la notizia non è la tua performance atletica, ma il reggiseno che si intravede sotto la tuta e il milione di dollari che incassi da Nike. Altri titoli insistono sulla tua bellezza come se, nello sport e non solo, essere bella fosse una colpa. Quasi un’accusa morale. Come se il talento dovesse chiedere scusa all’estetica. Immagina ora di essere Francesca Lollobrigida: due ori, solidità, esperienza.

Eppure diventi la “mamma volante”, la “mamma d’oro” La maternità trasformata in etichetta totalizzante. Una parte che diventa il tutto. Uno slittamento sottile ma potente: dal merito sportivo alla funzione genitoriale. Di un uomo si titolerebbe “papà volante”? Si metterebbe la paternità al centro del racconto? Si parlerebbe del suo aspetto fisico o dei suoi sponsor con quel tono ammiccante? No.

Immagina infine di essere Eileen Gu, 22 anni, la sciatrice freestyle più giovane e più medagliata di sempre. Due argenti olimpici. In conferenza stampa un giornalista americano le chiede se non siano “due ori mancati”. La retorica del fallimento applicata a chi sale due volte sul podio olimpico. Gu gli ride in faccia. E fa bene. Smonta la provocazione con l’arma più semplice: l’evidenza. Due medaglie olimpiche non sono un’assenza, sono una presenza pesante, concreta, storica. Il fallimento, semmai, è un altro: è il sessismo strisciante, subdolo, fatto di titoli ad effetto e cornici narrative. C’è poi un’altra lezione, implicita ma cristallina: prima di rivolgere una domanda, preparati. Informati. Capisci chi hai di fronte. Perché il rischio di essere ridicolizzato è altissimo. E no, non è un problema che riguarda solo i giornalisti americani.


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