Calenda contro Calenda. L’arte di smentire sé stesso
Carlo Calenda rimane, per me un enigma intricato. Non perché mi sento superiore, perché voglia fare lo spocchioso, rinunciando all’esegesi del personaggio; bensì per una pragmatica economia del tempo. Capire dove voglia andare il leader di Azione è un esercizio sterile, principalmente perché egli stesso sembra incarnare il dubbio metodico applicato alla propria destinazione.
Certo, possiede una sua innegabile e talvolta perspicace simpatia. Guardando indietro alla sua celebre apparizione giovanile nello sceneggiato Cuore del nonno Luigi Comencini, sorge persino il dubbio che la carriera di attore gli avrebbe riservato orizzonti meno tormentati di quelli offerte dalle urne.
In politica, si sa, la traiettoria può essere tortuosa, ma l’orizzonte deve restare chiaro. Se non hai chiaro l’obiettivo, nuoti a vista nell’oceano. Nel caso di Calenda, l’obiettivo si sposta alla velocità del pensiero felino.
Emblematico resta l’episodio delle elezioni a Reggio Calabria. Una volta tanto aveva appoggiato il candidato sindaco vincente, evento già di per sé raro, Calenda è riuscito nella mirabile impresa di dichiarare l’alleanza un errore il mattino successivo alla vittoria. Nemmeno il tempo di rivendicare politicamente il peso, ancorché demagogico, di una percentuale che in realtà non era stata affatto determinante. Un bluff al tavolo verde in cui, anziché alzare la posta per contare di più, si decide di gettare le carte suscitando l’ilarità del tavolo intero.
È la sindrome della tela di Penelope: tessere alleanze di giorno per disfarle con voluttuoso compiacimento la notte stessa. Alle scorse politiche, dopo aver siglato un accordo col PD che gli concedeva praticamente tutto il concedibile, ha scelto lo strappo pur di tentare l’avventura della terza lista. Salvo poi accorgersi, con la drammatica urgenza delle scadenze elettorali, dello scoglio delle firme necessarie, finendo per gettarsi dritto tra le braccia di Matteo Renzi. Un capolavoro di eterogenesi dei fini; resuscitare l’ex rottamatore, evitandone l’estinzione parlamentare (se fosse avvenuto avrebbe meritato almeno per questo statue in tutta Italia) grazie al cinico pragmatismo del manovratore fiorentino che ha blindato i suoi nelle liste.
Consumato il divorzio dal Terzo Polo originario, ecco riaccendersi la nostalgia per la sinistra, subito spenta dall’incompatibilità culturale con le barricate su temi come il Reddito di Cittadinanza, indigeribile per un elettorato liberale. E allora via al corteggiamento speculare verso il centro-destra, con ammiccamenti verso Forza Italia, ipotesi di aggregazioni centriste a fare da stampella all’esecutivo. Strategia per ingelosire il Nazareno o reale crisi d’identità?
Boh. L’unica certezza sta nel fatto che il risultato è sempre il medesimo: un nulla di fatto.
L’ultima folgorazione, evocata dinanzi ai paventati spettri europei incarnati dal generale Vannacci, è la rifondazione di un ennesimo terzo polo. L’astuta mossa punterebbe a bloccare il premio di maggioranza in caso di riforma elettorale, costringendo il Paese all’eterno ritorno delle larghe intese. Al netto del fastidio che possono suscitare i governi orchestrati nei palazzi a scapito della sovranità popolare, emerge qui l’utopia matematica dell’ex bimbo prodigio del cinema italiano. I sondaggi fotografano i blocchi principali ben oltre la soglia di sicurezza; l’unico effetto reale delle geometrie calendiane sarebbe quello di indebolire l’alternativa liberale, rendendo la sinistra ancora più ostaggio dei pentastellati e la destra fatalmente più dipendente dai generali d’assalto.
Ma Carlo tutto questo non lo sa, o forse, semplicemente, non riesce a fermare il meccanismo. Forse non è troppo tardi per suggerirgli un ritorno alle origini creative di famiglia. Con un nonno maestro del cinema e una madre regista di talento, la genetica offre una via d’uscita onorevole. Sul set non occorre scervellarsi a cambiare idea ogni trenta secondi. Basta leggere il copione e interpretarlo.
L’unica accortezza? Non lasciargli scrivere la sceneggiatura, o cambierà cento battute al minuto, provocando lo sciopero generale degli attori. Con un testo solo da recitare, l’effetto sul pubblico potrebbe persino essere memorabile; molto più che a dover inventare, ogni mattina, un progetto politico nuovo.
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