Tracollo di petrolio e gas, brindano le Borse. Ma i problemi non sono spariti affatto
La grande scommessa dei mercati è di una semplicità disarmante: credere a Trump, sperare che la guerra finisca presto. O che, intanto, si trovi una soluzione per sbloccare l’impasse energetica che attanaglia il mondo. Nella giornata di ieri si sono susseguite le buone notizie. Il petrolio è rientrato nei ranghi, con valutazioni che non superano nemmeno i novanta dollari. I futures del brent sono scesi a 88,4 dollari al barile, quelli del Wti si sono ridimensionati a 84,3 dollari. Rispetto alle quotazioni di lunedì, il prezzo è calato di oltre il dieci per cento.
La grande scommessa dei mercati, il tonfo di petrolio e gas
Poi, quando da noi era già sera, l’ulteriore accelerata: il prezzo del brent s’è sgretolato, diminuendo a 82 dollari (-17%) mentre quello del Wti è scivolato sotto gli ottanta dollari. Si sgonfia pure il gas: ad Amsterdam, il prezzo del Gnl è sceso sotto i cinquanta euro al megawattora, attestandosi attorno ai 47 euro. In chiusura di contrattazioni, l’ulteriore scivolata: il prezzo finale è stato di 45,45 euro. Con queste premesse, le Borse europee hanno brindato. Milano torna a scavallare i 45mila punta e mette a referto un ottimo +2,67%. Meglio fa Madrid (+2,90%) che aveva, contestualmente, perso pure più di quanto avesse fatto il Ftse Mib. Bene pure Francoforte (+2,49%) e sorridono anche Londra e Parigi (in salita rispettivamente dell’1,6 e dell’1,79 per cento).
Tranquillizzarsi? Non è il caso
C’è da tranquillizzarsi, da tirare un sospiro di sollievo. In teoria. Nella pratica no. Anzi, c’è da tenere il fiato sospeso. Si tratta, pur sempre, di una scommessa. E se pure dovesse andare tutto per il verso giusto ci sarebbe poco da festeggiare. Perché la crisi di Hormuz è arrivata a complicare un quadro che già di per sé era inquietante. Basta spulciare i conti Volkswagen: gli utili sono precipitati del 44%, gli esuberi programmati salgono a 50mila. E tanto sarebbe sufficiente. E invece no, perché gli istituti di analisi prevedono per la Germania una bruttissima sorpresa: son pronti, infatti, a tagliare le stime di crescita. A seconda, dicono, di come andrà il conflitto. Nello scenario peggiore, con l’inflazione galoppante, i tassi rialzati e il petrolio alle stelle, il Pil tedesco potrebbe addirittura dire addio già da ora a un intero punto percentuale. E se Berlino piangerà, Roma non avrà poi molto da ridere.
La buona e la cattiva notizia di Saudi Aramco
Tutto è collegato e tutto torna. Ieri Amin Nasser, Ceo di Saudi Aramco, la compagnia energetica saudita, ha affermato in una call riportata dal Financial Times che le conseguenze dello stallo di Hormuz potranno essere “catastrofiche” per “i mercati petroliferi globali” se “si prolungheranno le disfunzioni” causate dalla guerra. Ma, dopo una brutta notizia, ne arriva sempre un’altra che, quantomeno, può smorzare la prima. L’azienda, infatti, ha affermato di riuscire a garantire il 70% delle esportazioni e di poterle ripristinare già “entro pochi giorni”. Tutto grazie alla nuova rotta che, bypassando lo stretto di Hormuz, collegherà pozzi e raffinerie saudite al resto del mondo tramite il porto di Yanbu nel Mar Rosso. Così i rifornimenti, da almeno cinque milioni di barili al giorno, sarebbero salvi. Bene, ma non benissimo se si considera che i livelli “normali” di export saudita si aggirano attorno ai sette milioni di barili quotidiani. Però si tratta di un segnale e i mercati hanno deciso, forse più che a Trump e all’ipotesi di una guerra sul punto di finire, di credere a questo. La grande scommessa dei mercati è piazzata. Ora tocca al banco. Che, si sa, vince sempre.