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Sport

Paralimpiadi: il coraggio dell’inclusione

di Laura Tecce -


“Questi Giochi accenderanno una scintilla per oltre un miliardo di persone con disabilità nel mondo”. Nelle parole di Giovanni Malagò, pronunciate il 6 marzo durante la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 all’Arena di Verona, c’è molto più di un messaggio sportivo: c’è una dichiarazione politica nel senso più alto del termine. Perché le Paralimpiadi non sono soltanto una manifestazione agonistica, ma un laboratorio di società. Malagò lo ha detto con il tono appassionato che lo contraddistingue: le barriere non sono solo quelle fisiche, ma soprattutto culturali e sociali. Ed è proprio qui che i Giochi paralimpici mostrano la loro forza trasformativa. Lo sport diventa una lente attraverso cui leggere il grado di civiltà di un Paese: accessibilità, inclusione, pari opportunità non sono slogan, ma politiche pubbliche.

Milano-Cortina 2026: l’eredità paralimpica si misura sull’inclusione reale

E Milano-Cortina 2026 rappresenta per l’Italia un banco di prova concreto. Il messaggio è chiaro: i Giochi possono accendere una scintilla, ma la trasformazione richiede molto più di dieci giorni di gare. Richiede investimenti, infrastrutture accessibili, un cambio di mentalità che coinvolga istituzioni, scuole, città. In questo senso, l’eredità delle Paralimpiadi si misura molto oltre il medagliere: nella capacità di rendere davvero inclusivo lo spazio pubblico. Anche il presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, Andrew Parsons, ha sottolineato come la diversità non rappresenti un limite ma una dimensione straordinaria dell’esperienza umana. Un messaggio che risuona con forza in un’epoca in cui lo sport è sempre più chiamato a interpretare un ruolo diplomatico e culturale. Non è un caso che alla cerimonia di apertura fosse presente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a testimoniare come l’evento travalichi i confini sportivi per assumere un valore istituzionale e civile.

Paralimpiadi 2026 e geopolitica: il paradosso dello sport che cerca la pace

Eppure, proprio mentre i Giochi proclamano inclusione e unità, il loro esordio si muove in un clima geopolitico complesso. La decisione del Cip di ammettere atleti russi e bielorussi con bandiera e inno ha provocato proteste e prese di distanza. Diversi Paesi europei – dall’Ucraina alla Polonia, fino ai Paesi baltici – hanno scelto di non partecipare alla cerimonia inaugurale, mentre altre nazioni hanno limitato la presenza istituzionale o adottato forme simboliche di dissenso.

Il risultato è un paradosso che lo sport conosce bene: proprio mentre cerca di affermarsi come spazio di pace e dialogo, finisce inevitabilmente per riflettere le tensioni del mondo. Non è la prima volta che accade. La storia olimpica è costellata di boicottaggi e conflitti politici, segno che lo sport globale non può essere separato dal contesto internazionale in cui si svolge. E tuttavia, proprio nelle Paralimpiadi questo contrasto assume un significato particolare, perché gli atleti paralimpici incarnano più di chiunque altro la capacità di trasformare una difficoltà in forza. Per questo la vera sfida di Milano-Cortina non è soltanto organizzativa o mediatica: è culturale. Se davvero questi Giochi riusciranno ad accendere la scintilla evocata da Malagò, allora l’Italia avrà dimostrato che lo sport può ancora essere uno strumento di progresso sociale e forse, almeno per qualche giorno, anche di pace.

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