L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Sociale

Seraphicum: intervista a padre Liggeri responsabile dello studentato

di Teresa Gargiulo -


In un momento in cui la crisi abitativa per gli studenti fuori sede è tornata al centro del dibattito pubblico, tra caro affitti e difficoltà di accesso agli alloggi, emergono nuovi modelli che provano a riscrivere il modo di vivere l’università.

Non più semplici residenze, ma spazi di comunità, crescita e condivisione: è questa la visione al centro del progetto di studentato che verrà presentato il 4 giugno al Seraphicum – Roma, nell’ambito del convegno “Abitare il sapere”.

Un’iniziativa sostenuta dal Pnrr che punta su un approccio aperto, inclusivo e internazionale, raccontata da chi questo modello lo sta costruendo concretamente ogni giorno. Ne parliamo con Padre Liggeri, responsabile dello studentato

Padre Liggeri, questo progetto di studentato nasce all’interno del Pnrr: qual è la vera innovazione che lo distingue rispetto ai modelli tradizionali di residenzialità universitaria?

“Dal punto di vista strutturale non vogliamo presentarci come qualcosa di “rivoluzionario”. Lo Studentato Seraphicum avrà caratteristiche che molti studentati oggi già prevedono: stanze singole e doppie, per un totale di 173 posti letto, spazi comuni, aule studio, cucine e sale da pranzo autogestite.

Le vere novità sono altre, e forse più profonde. La prima è che questa struttura nasce dentro il complesso del Seraphicum, in via del Serafico, vicino alla metro Laurentina, quindi in una zona tranquilla e residenziale ma molto ben collegata con il resto della città. Questo significa vivere non in un luogo anonimo, ma dentro un ambiente che già oggi propone iniziative culturali, incontri e attività legate al mondo francescano e al dialogo tra culture e sensibilità diverse.

La seconda novità è lo spirito che speriamo di dare a questo luogo. Vorremmo che non fosse semplicemente uno spazio dove “si prende una stanza”, ma una comunità abitata da uno stile preciso e distintivo del nostro carisma: quello della fraternità. Una fraternità che unisce senza uniformare, che tiene conto delle specificità di ciascuno e accompagna la crescita personale in un ambiente aperto, laico e inclusivo. Anche per questo daremo molta importanza alla formazione del personale che lavorerà nello studentato”.

Parliamo di uno studentato “aperto, laico e inclusivo”: cosa significa concretamente per la vita quotidiana degli studenti che lo abiteranno?

“Vuol dire, molto semplicemente, che chi entrerà allo Studentato Seraphicum non dovrà sentirsi “adatto a un modello”, ma accolto per quello che è. Non ci interessa creare un ambiente omologato: ci interessa costruire un clima di rispetto, ascolto e convivenza reale tra persone diverse.

Tra i 173 studenti che verranno accolti nella struttura, 52 saranno studenti capaci e meritevoli, seppur privi di mezzi, che usufruiscono del sostegno di DiSCo Lazio. Gli altri residenti verranno da famiglie economicamente più agiate, ma anche per loro sono previsti canoni inferiori rispetto ai prezzi medi di mercato per un alloggio nel quartiere in cui è inserita la struttura.

Ci saranno studenti italiani e internazionali, provenienti da università e percorsi differenti, e l’idea è proprio quella di trasformare questa diversità in una ricchezza quotidiana. Gli spazi comuni — dalle cucine alle sale studio fino alle sale da pranzo autogestite — saranno luoghi di incontro e non semplicemente servizi condivisi. Lo stile francescano, in fondo, è questo: creare fraternità senza cancellare le differenze. E crediamo che oggi i giovani abbiano bisogno soprattutto di ambienti umani, sereni e accoglienti, dove sentirsi a casa senza paura di condividere anche le proprie fragilità”.

In che modo questo spazio potrà diventare non solo un luogo dove vivere, ma un ambiente capace di favorire relazioni, crescita personale e comunità?

“Dipenderà molto dallo stile che riusciremo a creare. Stiamo lavorando alla composizione di un team di operatori laici preparati, con i quali, oltre al regolamento della struttura, noi frati stiamo ragionando proprio su come portare nella struttura lo stile di accoglienza e condivisione cui teniamo molto. Gli spazi aiutano, certo: avere aree comuni, cucine condivise, aule studio e momenti di vita quotidiana favorisce naturalmente le relazioni. Ma la differenza vera la fanno le persone e il clima che si respira.

Noi speriamo che lo Studentato Seraphicum possa diventare un ambiente dove ci si sente accompagnati, non controllati; dove si possa studiare bene, ma anche vivere bene. Un posto tranquillo, inserito nel verde e nella serenità di via del Serafico, ma allo stesso tempo vicino alla metro Laurentina e quindi pienamente collegato con tutta Roma.

Vorremmo che chi passa da qui portasse via non solo una laurea, ma anche un’esperienza umana significativa: incontri, amicizie, confronto con culture diverse e magari anche una maggiore consapevolezza di sé”.

Il progetto nasce da una collaborazione tra pubblico e privato: pensa che questo modello possa rappresentare una nuova strada per rispondere al tema del diritto allo studio in Italia?

“Sì, credo che possa essere una strada interessante, soprattutto se si riesce a mettere davvero al centro il bene degli studenti. Oggi il diritto allo studio non significa soltanto avere un’università accessibile, ma anche poter vivere dignitosamente una città come Roma, senza costi impossibili e senza sentirsi isolati.

Lo Studentato Seraphicum nasce proprio da questa idea: offrire posti a prezzi accessibili, in una struttura ben collegata e inserita in un contesto umano e culturale ricco. Il contributo del PNRR è stato importante, ma non sarebbe stato sufficiente senza la volontà dei Frati Minori Conventuali di investire in un progetto che guarda ai giovani non come utenti, ma come persone da accompagnare.

Se pubblico e privato riescono a collaborare così, credo che possano nascere esperienze molto positive anche per il futuro”.

Guardando al futuro, che tipo di “abitare” immagina per le nuove generazioni di studenti in un contesto sociale sempre più complesso e internazionale?

“Penso che i giovani oggi abbiano sempre più bisogno di luoghi autentici. Viviamo in un tempo molto connesso, ma spesso anche molto solitario. Per questo credo che il tema dell’abitare non riguardi gli spazi fisici e soprattutto la qualità delle relazioni che quegli spazi riescono a generare.

L’abitare del futuro, secondo me, dovrà essere sempre più comunitario, sostenibile e umano. Non luoghi anonimi dove ciascuno resta chiuso nella propria stanza, ma ambienti capaci di favorire incontro, dialogo e rispetto reciproco.

Nel nostro piccolo, allo Studentato Seraphicum vorremmo provare a costruire proprio questo: una casa aperta e inclusiva, dove ciascuno possa sentirsi accolto senza dover rinunciare alla propria identità. In fondo, il cuore della fraternità francescana è proprio qui: stare insieme valorizzando le differenze, senza trasformarle in barriere”.


Torna alle notizie in home