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Politica

‘O ministro: addio a Cirino Pomicino, l’ultimo dc che sfidò Mani Pulite

L’uomo che più di ogni altro ha incarnato il potere solare e "gaudente" della Prima Repubblica

di Angelo Vitale -


L’Italia perde uno dei suoi politici più iconici e controversi: è morto a Roma – a settembre avrebbe compiuto 87 anni – Paolo Cirino Pomicino, l’uomo che più di ogni altro ha incarnato il potere solare e “gaudente” della Prima Repubblica.

L’ultimo dc: Cirino Pomicino

Se nell’immaginario collettivo il “Divo” per eccellenza era Giulio Andreotti — glaciale, curvo e imperscrutabile — Pomicino ne è stato il braccio destro vitale. Fu il motore di una corrente andreottiana capace di governare il Paese con un misto di pragmatismo partenopeo e altissima strategia politica.

Entrò nell’iconografia pop grazie alla magistrale (e da lui criticata) interpretazione di Carlo Buccirosso nel film “Il Divo” di Paolo Sorrentino. Ma Pomicino non fu solo una maschera cinematografica.

Alfiere di una stagione irripetibile: ministro della Funzione Pubblica dal 1988 al 1989 (Governo De Mita) e poi potentissimo ministro del Bilancio nei due successivi governi Andreotti, tra il luglio 1989 e il giugno 1992. Erano gli anni in cui ogni grande decisione economica passava dal suo ufficio, rendendolo il dominus della spesa pubblica italiana.

Il crollo

Una storia indissolubilmente legata anche al crollo di quel mondo. Travolto dal ciclone di Mani Pulite, Cirino Pomicino divenne il bersaglio simbolo del pool di Milano. Affrontò i processi a testa alta, riportando condanne definitive per finanziamento illecito (1 anno e 8 mesi per il caso Enimont) e corruzione, pur ottenendo nel 2011 la piena riabilitazione giudiziaria.

Non chiese mai scusa. Fino all’ultimo ha lanciato critiche feroci a quella stagione, definendola un colpo di stato mediatico-giudiziario che aveva distrutto la competenza politica in favore del populismo.

Geronimo

Dalle ceneri della Dc nacque poi il suo alter ego letterario: Geronimo. Con questo pseudonimo, ispirato al capo Apache che non si arrende mai, firmò per anni editoriali graffianti su Il Foglio di Giuliano Ferrara. E continuò a spiegare i retroscena del Palazzo con una lucidità che persino i suoi avversari gli riconoscevano.

Con la scomparsa di Pomicino non muore solo un ex ministro, ma l’ultimo testimone di un modo di fare politica che, tra luci abbaglianti e ombre fitte, ha segnato il destino del Novecento italiano.

Controcorrente

Pomicino ha passato gli ultimi trent’anni a denunciare lo svuotamento del Parlamento e la fine dei partiti organizzati. Per lui, ogni riforma che mirasse a semplificare eccessivamente il potere o a ridurne la rappresentanza era fumo negli occhi.

A gennaio aveva affidato al quotidiano Il Foglio (la sua “casa” editoriale) un intervento durissimo contro la riforma della giustizia. Aveva definito un eventuale “Sì” al referendum come un salto nel buio che avrebbe fatto cadere l’Italia in una “deriva autoritaria”. Nonostante fosse stato una vittima storica del sistema giudiziario, sosteneva che la riforma non avrebbe limitato lo strapotere dei pm. Al contrario, avrebbe paradossalmente rafforzato l’autoreferenzialità delle Procure, eliminando ogni controllo democratico residuo.

Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 aveva espresso una totale avversione verso l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Diceva spesso: “Abbiamo già un Parlamento di impediti, con questa riforma diventerà un dopolavoro per consiglieri comunali”. Per lui, la centralità del Parlamento era sacra, l’idea di un “uomo solo al comando” l’antitesi della cultura democristiana in cui era cresciuto.

Il 5 dicembre 2025 aveva scritto una lettera aperta al presidente della Corte Costituzionale, Augusto Barbera. In quel testo, oggi un testamento politico, ribadiva che la politica italiana stava perdendo la sua “anima intellettuale”. Criticava la tendenza a voler risolvere i problemi della democrazia con scorciatoie autoritarie o referendum semplificatori, rivendicando con orgoglio la superiorità della “Prima Repubblica” rispetto al “vuoto attuale”.


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