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Economia

The Australian Job: il caso prosecco nell’intesa Ue-Canberra

Dentro l'intesa commerciale: l'italian sounding "legalizzato" pur di mettere le mani sui minerali critici

di Cristiana Flaminio -


Minerali critici e terre rare in cambio di carne, cibo e prodotti agricoli: l’accordo commerciale sottoscritto a Canberra dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e dal premier australiano Anthony Albanese è tutto qui. L’Europa ha bisogno di raw materials, di ottenere l’accesso privilegiato (e senza dazi) a metalli e minerali sempre più strategici e fondamentali. In cambio cede all’Australia una quota rilevante di importazioni (anche, se non soprattutto) sul versante del settore primario, agricoltura e allevamento in primis. È la porta stretta, o se preferite, la solita scelta europea. E c’è da aspettarsi che, prima o poi, i trattori possano tornare a rombare tra le strade di Bruxelles. Anche perché, nel frattempo, il 1° maggio entrerà in vigore l’accordo commerciale tra l’Ue e il Mercosur. In via provvisoria, ça va sans dire. Ma nulla, nella Vecchia Europa, è più definitivo del provvisorio.

Gli amici fidati di Canberra: il patto Ue-Australia

L’intesa sottoscritta tra i due “amici fidati” Ursula e Albanese prevede l’accesso europeo ai prodotti minerari dell’Australia. Solo sull’acciaio resteranno i dazi, pure per tutelare il siderurgico continentale. Via libera, invece, alle importazioni di alluminio, litio e manganese. Oltre a tutta una serie di prodotti del sottosuolo. Che non dovranno più passare dalle forche caudine dei dazi, nemmeno quelli sul carbonio o più in generale su una delle attività più inquinanti che ci sia. Una bella novità, considerando che questo potrà aprire a una nuova serie di polemiche internazionali (in primis con la Cina). L’obiettivo, preziosissimo, è quello di costruire delle catene del valore affidabili, solide e non soggette a scossoni politici o strategici. Liberarsi, in definitiva, dal giogo cinese (e americano, ma questo non è che si possa dire così liberamente) per avere a disposizione le materie prime che servono a far “camminare” (ciò che resta della) industria europea.

La “resa” sull’import di carni

Sull’altro piatto della bilancia, però, ci sono diverse condizioni che l’Europa aveva, in buona sostanza, già rifiutato in passato. Facendo tracollare i negoziati, arenatisi nel 2024. Le esportazioni da Canberra all’Ue di carne, senza dazi o quasi, sono state portate a 30.600 tonnellate per la carne bovina. Una quota che, fino a 16.830 tonnellate, sarà libera da tariffe a patto che provenga da “animali al pascolo”. Il resto sarà sottoposto a dazio del 7,5%. L’intesa vale per dieci anni e “copre” lo 0,5% del consumo annuo di carni in Europa. La quota per le carni ovine e caprine, invece, è stata fissata a 25mila tonnellate. Ma il tema più sentito è, se possibile, ancora un altro. E riguarda, da vicino, le questioni agricole “italiane”. L’intesa tra Unione europea e Australia, sulla falsariga di quanto già fatto per l’accordo con l’India e con lo stesso Mercosur, elenca una serie di prodotti a denominazione di origine controllata. Brand e icone della tradizione europea che non possono essere manipolate né evocate.

Il caso del prosecco

Epperò c’è il caso del prosecco. Esiste, anzi avrà dignità di classificazione, il prosecco australiano. Ciò accadrà per una ragione banale. A quanto pare, le comunità di immigrati italiani nel continente australe, già negli anni, hanno dato il nome “prosecco” a una loro variante di uva. E come tale potrà, e dovrà, essere commercializzata. Non farà molto piacere saperlo alle organizzazioni a difesa dell’agricoltura e del Made in Italy. Per i funzionari europei, in fondo, non si tratterà che di “dover vigilare”. Ma sarà difficile farlo se già in fase di stesura e redazione dell’accordo si tengono in considerazione, le pur rispettabili istanze delle comunità di italoaustraliani e, per tutelare queste, si abdica alla lotta al fenomeno dell’italian sounding. Cioè a quella fiorentissima parte dell’economia agricola e industriale un po’ troppo fantasiosa, che pur di piazzare prodotti che nulla hanno a che fare con le tradizioni e la produzione italiana, ne imitano il nome. Come il caso, arcifamoso, del Parmesan. Ecco, a fronte di queste preoccupazioni è legittimo che le tiepide rassicurazioni degli euroburocrati, che rimandano tutto ai “controlli” che verranno, non rasserenino fino in fondo nessuno.

Politica in subbuglio

La questione dell’avversione a questo trattato, però, rischia di travalicare i confini delle organizzazioni di categoria. La politica è già in fermento. E se da destra, specialmente nel campo dei Patrioti, c’è da scommettere sulle reazioni scettiche di fronte all’intesa, anche da sinistra iniziano a piovere strali. Dal gruppo di Left, e in particolare da La France Insoumise, arriva la promessa: “L’accordo è una vergogna che non lasceremo passare”, ha tuonato l’eurodeputata Manon Aubry.


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