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Sicurezza

Referendum e sicurezza, la solitudine del comando

di Giuseppe Tiani -


Il referendum sulla giustizia non è stato una scossa amministrativa, ma un fatto politico. Quando il No prevale con il 54,47 per cento e la partecipazione sfiora il 59 per cento, non regge più il linguaggio delle minimizzazioni. Una democrazia seria può perdere, ma non può fingere di non capire. Il Paese ha chiesto più equilibrio, più misura, più rispetto dei contrappesi. E ha mostrato, nelle stesse ore, i segni di un probabile sfilacciamento della maggioranza, insieme alla possibile attenuazione del profilo politico delle forze minori che più avevano investito sull’esito del referendum e che ora rischiano una più marcata marginalità.

La stessa morte di Umberto Bossi, che avrebbe potuto produrre nella Lega un raccoglimento pienamente ricompositivo, ha invece lasciato affiorare anche lì fibrillazioni identitarie e un disagio interno non riassorbito. La sicurezza entra qui, non come bandiera ma come criterio di verità dello Stato, perché quando smette di essere bene pubblico e si riduce a parola d’ordine, si consuma. E qualcosa di simile accade alla giustizia quando non è più avvertita come funzione imparziale ma come terreno di scontro.

Il referendum non chiude la questione giustizia, la riapre in modo più severo. Chiede sobrietà istituzionale, qualità di governo, fedeltà alle garanzie, cooperazione tra i poteri dello Stato. Perché le minacce reali esistono e non consentono né ingenuità né teatralità. Ci sono aree che non si lasciano spiegare con il semplice antagonismo di piazza e che possono rivolgere la loro ostilità contro magistratura, forze di polizia, sistema penitenziario e apparati pubblici. Ma proprio qui serve la distinzione democratica. Scambiare ogni dissenso per eversione sarebbe un abuso, derubricare l’eversione di piazza a folklore sarebbe una leggerezza imperdonabile.

In questo senso pesano le parole del Ministro dell’Interno Piantedosi, che ha parlato del rischio di un trasferimento dei conflitti nelle piazze e ha confermato un monitoraggio attento sulla manifestazione di sabato 28 marzo a Roma. È una preoccupazione legittima e fondata, purché resti dentro il perimetro della democrazia costituzionale. Deve tradursi in prevenzione lucida, in capacità informativa, nella separazione rigorosa tra protesta legittima e possibili infiltrazioni violente.

È questo il compito difficile ma necessario di una sicurezza pubblica al servizio del Paese e dei cittadini. C’è poi il nodo della cerniera istituzionale. Polizia giudiziaria e autorità giudiziaria, ciascuna nel proprio ruolo e funzione, non possono vivere di sospetto reciproco. Se quella cerniera si allenta, lo Stato perde lettura, coordinamento, efficacia. Le indagini si disperdono, il messaggio pubblico si confonde, la fiducia civile si assottiglia. Chi governa dovrebbe saperlo e sottrarre giustizia e sicurezza alla contesa identitaria.

La presidente Meloni resta la figura politicamente più solida del suo campo, ma proprio per questo la sua forza illumina anche un limite. Da mesi la presidente del Consiglio appare come il perno quasi esclusivo della legislatura, mentre intorno si vedono tatticismi, afasie, crisi di ceto dirigente. Una leadership può nobilitarsi nella prova, ma non può durare a lungo se tutto grava sulla persona e troppo poco sulle strutture. La politica, quando smarrisce il ricambio, si ripiega nella fedeltà. E quando si ripiega nella fedeltà, smette di generare classe dirigente e capacità di governance.

Se la coesione della maggioranza dovesse incrinarsi ulteriormente, non sarebbe indecorosa una riflessione non gridata anche sull’ipotesi di elezioni anticipate. Non come fuga, ma come atto di responsabilità verso il Paese e verso le istituzioni. Nemmeno il centrosinistra, però, può illudersi di avere già trasformato la vittoria referendaria in una proposta di governo. Anche l’opposizione ha bisogno di una sintesi più matura vera e non di facciata o dichiarativa, di radicamento sociale autentico, di partiti e dirigenti capaci di tenere insieme diritti, lavoro, sicurezza, giustizia e politica estera. Intanto il Paese reale continua a chiedere serietà, protezione sociale, autorevolezza pubblica.

È qui che si misurerà la qualità della risposta. La sicurezza non può essere sequestrata né dall’eversione né dai palazzi. E per chi serve lo Stato in uniforme resta urgente, subito dopo Pasqua, la ripresa delle trattative per i rinnovi contrattuali di poliziotti, carabinieri, militari e vigili del fuoco.

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