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Sicurezza

1° Maggio oltre la retorica: sicurezza, salario e futuro

di Giuseppe Tiani -


Il 1° maggio non è il rito dell’ipocrisia, come il 25 aprile non si può consegnare alla contro-narrazione interpretativa, specie dinanzi al ritorno dell’antisemitismo.
Sono date diverse, ma interrogano lo stesso patto civile nato dalla Resistenza, libertà, democrazia, lavoro, dignità. Se il lavoro è povero, insicuro, diseguale, la democrazia perde la sua infrastruttura sociale.

La prima frattura è salariale quando non basta più per vivere. Anche da occupati, non si conquista autonomia, famiglia, libertà. Il lavoro povero è la contraddizione più oscena di una Repubblica fondata sul lavoro.
Stipendi e salari non reggono il costo della vita; i rinnovi arrivano tardi e recuperano brandelli d’inflazione. Non è contabilità, la retribuzione iniqua è un vulnus della cittadinanza. Se il lavoro non basta, crescono sfiducia e astensione.

Il decreto lavoro del Primo Maggio richiama il salario giusto, rafforza la contrattazione collettiva e lega gli incentivi pubblici ai contratti delle OO.SS. rappresentative. È utile contro dumping e contratti pirata, ma non basta chiamare giusto un salario perché diventi sufficiente. Se resta basso, se i contratti arrivano dopo anni, se l’inflazione non viene recuperata, il lavoratore paga per primo.
Bonus e decontribuzioni aiutano, ma non sostituiscono politica industriale, ricerca, energia, porti, credito, scuola tecnica.

La seconda frattura è territoriale, il Sud resta tra promesse e abbandono? Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è intorno al 50%, venti punti di distanza dal Nord e circa diciassette dal Centro, non è un lamento antico ma uno scandalo dei nostri giorni.
Un Paese che accetta un Sud dimezzato accetta diritti dimezzati. Il Nord produttivo deve molto anche alle mani segnate dal lavoro e alle intelligenze emigrate dal Sud. Serve un cambio di paradigma, essere corsari e non cortigiani.

Il Mezzogiorno non va evocato come platea simbolica, ma riconosciuto come questione nazionale ed europea. La ZES unica è uno strumento, ma solo se dentro una strategia di manifattura, energia, portualità mediterranea, digitale, agroalimentare, formazione, ricerca, investimenti e legalità amministrativa.
Senza politica industriale, il Sud resterà area da compensare, anziché piattaforma produttiva da liberare. Il Sud è stato consegnato a un ceto politico provinciale e conformista, come molti dei suoi cinici e vuoti esponenti nazionali.

Poi parte del ceto sindacale e politico ha dissipato sinistra sociale, popolarismo meridionale e lotte operaie, preferendo l’apparato al conflitto reale. Va aperta una fase liberale e riformista, capace di custodire libertà e valorizzare lavoro, impresa, legalità e servizi.
Il decreto può correggere storture, anche su lavoro sottopagato e caporalato digitale. Ma non può diventare l’alibi per tacere, il Sud chiede politiche lunghe, non annunci brevi, infrastrutture, non passerelle, industria, non mance ma impresa, Stato e non supplenza clientelare.
Quando un ragazzo del Sud non trova lavoro, scuola forte e sanità efficiente, perde fiducia. E quando lo Stato arretra, avanza l’illegalità che recluta i fragili. La sicurezza pubblica nasce qui, dalla presenza credibile delle istituzioni.

Oggi tutti ne parlano perché è volano del consenso, molti replicanti senza sostanza, ripetitori di slogan, sacerdoti della paura o del nulla. Ma la sicurezza non è retorica, è la condizione per l’esercizio delle nostre libertà. Dove mancano lavoro, scuola, sanità e welfare, si incrina il patto civile, se mancano organici, formazione e coordinamento, le forze di polizia faticano.

Le riforme richieste dal Siap tracciano una strada, non è propaganda, ma architettura istituzionale. Serve una pubblica sicurezza autorevole, capace di leggere i territori, prevenire conflitti, coordinare informazioni, intervenire prima che il degrado diventi emergenza.
Nel solco della legge 121/81 va riformato il sistema delle forze di polizia, competenze chiare, sovrapposizioni evitate, centralità delle Autorità provinciali di pubblica sicurezza, Prefetto e soprattutto il Questore, coordinamento tra prevenzione, ordine pubblico e investigazioni, leale interlocuzione con le Procure.

Poi alla luce degli scandali e inefficienze, anche l’intelligence va ripensata come un unicum operativo e di governance. È la strada per costruire una terza grammatica della sicurezza civile, tra securitarismo muscolare e riflesso anti-sicurezza di una cultura massimalista fuori tempo storico. Bisogna distinguere la sicurezza dalla difesa, che deve guardare alla minaccia esterna; la sicurezza vive dentro la società, tra cittadini, diritti, conflitti e territori. Confonderle alimenta rigurgiti di rimilitarizzazione silente della sicurezza pubblica, nega il valore civile della funzione di poliziotte e poliziotti, e annichilisce la storia della Polizia di Stato e la riforma, figlia del conflitto sociale, politico e della rivoluzione dei costumi degli anni Settanta, che la istituì.

Il lavoro digitale e i rider mostrano che oggi la questione sociale vive anche nelle app e nella logistica. Il decreto interviene, e fa bene, ma la modernità del lavoro va governata prima del danno, con diritti, controlli e responsabilità delle imprese digitali. Il Primo Maggio non chiede celebrazioni, ma dignità del lavoro, che è cittadinanza sociale, e quando manca, la libertà diventa più fragile.

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