Nomine, tutto fermo: si dice causa Meloni. Non si muove una foglia. Silenzio. Anzi, no. Una frase sola. Si rincorre, così come fino a sabato, lo facevano i nomi. La presidente del consiglio “vuole cambiare” alcune posizioni. E no, non c’entra il governo. O, almeno, non l’aspetto istituzionale e politico della vicenda. Giorgia Meloni ha deciso di prendere direttamente nelle sue mani il dossier delle Partecipate. C’è un bel valzer di nomine, ci sono 211 poltrone che attendono di essere confermare, girate, riempite, nominate. La musica sarebbe dovuta partire già qualche giorno fa. Prima che si celebrasse il rito referendario, infatti, era cosa nota che ci si sarebbe incontrati, dalle parti della maggioranza, per fare il punto della situazione e iniziare a procedere alle nomine di quest’anno. Si parte con Poste, e si proseguirà poi con Eni, Enel, Terna e Enav.
Nomine, Meloni e il quadro (fino al referendum…)
Il quadro era già sostanzialmente tracciato: grande riconferma di tutti gli amministratori delegati, a cominciare da Claudio Descalzi a Eni, verso il quinto mandato, con l’unico dubbio sull’eventuale avvicendamento in Terna tra Giuseppina Di Foggia e l’attuale amministratore delegato Enav Pasqualino Monti. Matteo Del Fante, in Poste, in odore di conferma rafforzato pure dall’Opas su Tim mentre i numeri del bilancio Enel avrebbero messo al riparo pure Flavio Cattaneo. Più interessante, invece, il capitolo presidenze con il generale Gdf Giuseppe Zafarana in uscita da Eni e l’ambasciatore Stefano Pontecorvo pronto a dar l’addio al Cda di Leonardo, dove invece, rimarrebbe blindato l’ad Cingolani. Per San Donato Milanese si parlava di una corsa a due tra altrettanti pesi massimi: Elisabetta Belloni, già “candidata” al Quirinale da Fdi, e Luca Zaia. Per quanto riguarda Leonardo, invece, era spuntato il nome di Andrea De Gennaro. Tutto, per il momento, è congelato. Il grande incontro che avrebbe dovuto far cominciare il ballo delle nomine è saltato.
Salta l’incontro in maggioranza, Giorgia balla da sola?
Niente da fare. La maggioranza non s’è incontrata né si sa quando (e soprattutto se…) lo farà. Tra quelli che la sanno lunga si sussurra. Come al solito, per carità. Ma se fino alle 14.59 di lunedì correvano nomi e poltrone, oggi si parla solo di lei, della premier che avrebbe deciso di far da sé. Insomma, le partite che non si giocano rischiano di riaprirsi. O di chiudersi definitivamente. E più di una sorpresa può arrivare da qui alle prossime settimane. Chissà se i soci di governo, per quanto ridimensionati dai casi interni (Forza Italia) e dai sondaggi (leggi Lega), accetteranno di lasciarsi bypassare. Perché, fin troppo apertamente, si parla di un “rischio” politico del genere. Far da sé è sempre una scelta coraggiosa ma, a questo punto, converrebbe quasi tornare al voto, chiedere agli elettori ancora più forza, e poi riprendersi Chigi cogli equilibri già fatti non dalle carte o dai sondaggi, ma direttamente dal popolo sovrano. Meloni a quel punto, e con un consenso che glielo consente, potrebbe fare tutte le nomine con il maggior agio possibile.
L’inchiesta sugli appalti complica tutto
Il guaio, però, è che, subito dopo il referendum e l’ira funesta di Giorgia, è arrivata pure un’inchiesta sulla presunta corruzione a Roma. Un nuovo filone dell’indagine Sogei. Ieri la Guardia di Finanza ha eseguito diverse perquisizioni tra il Ministero della Difesa e gli uffici di Reti ferroviarie italiane (Gruppo Fs), Terna e Polo Strategico nazionale. Altri 15 indagati si sono “uniti” all’elenco del primo ramo d’indagine. Tra di loro ci sono alti ufficiali delle forze armate, imprenditori e manager di aziende pubbliche. Al centro dell’inchiesta presunte irregolarità nella gestione di appalti informatici e procedure di aggiudicazione di gare per approvvigionamenti di beni o servizi bandite da pubbliche amministrazioni e società partecipate. Tra le carte, come riportato da Repubblica, sarebbe spuntato pure il nome del sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulé. Che, beninteso, non risulta indagato ma che sarebbe stato citato da uno degli indagati come capace di garantire uno scatto di carriera a un ufficiale dell’Aeronautica. Rimane da chiarire se non si sia trattato di una “vanteria”. Fatto sta che l’indagine c’è e giunge nel momento peggiore possibile.