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Economia

Culle vuote, il futuro dell’Italia a rischio

I dati Istat: crollo del 3,9% delle nascite, il Paese all'anno zero. Ora è a rischio tutta l'economia, ecco perché

di Cristiana Flaminio -


Culle vuote, il futuro dell’Italia è a rischio. E stavolta non è per nulla una frase fatta. Anzi. Coi dati Istat, con l’ufficialità dei numeri, il Paese tocca l’ennesimo punto più basso in termini di natalità e di saldo demografico. Il report relativo agli indicatori demografici per il 2025 non lascia margini d’interpretazione. Abbiamo “perso” (altri) 190mila italiani. E se la popolazione rimane attorno ai 59 milioni di abitanti è solo perché reggono, per quel che possono, le migrazioni. Ma si tratta di un dato che, alla lunga, non può di certo ovviare – come si credeva qualche anno fa – al sanguinoso crollo delle nascite di un Paese sempre più anziano e solo.

Italia senza futuro?

A fronte di 355mila nuovi nati, sono morte 652mila persone. I decessi sono sostanzialmente stabili, le nascite sono in drammatico calo: -3,9% rispetto al 2024. È una tragedia, fuor di retorica. Uno scenario in cui il 37,1% delle famiglie risulta addirittura composto da una sola persona e le coppie senza figli rappresentano il 20,2% del totale. Dove il tasso di fecondità è sceso, ulteriormente, a 1,14 figli per donna. Fissando un’asticella che, probabilmente, da qui a qualche anno rimpiangeremo addirittura. Già, perché, riferiscono gli analisti Istat, il calo delle nascite è causato innanzitutto dalla progressiva riduzione del numero di potenziali genitori. Siamo il Paese più anziano di tutta l’Unione europea, dove la popolazione di over 65 conta ben 14,8 milioni di persone. In termini di “peso” rispetto al totale, nessuno in Europa ha la stessa sproporzione tra giovani e seniores.

Chi ci paga le pensioni?

Il tema non è banale. Perché ovviamente ne va della tenuta del sistema previdenziale. E, con questo, dell’intera impalcatura sociale. Se l’età media avanza, salirà anche l’asticella fissata per i limiti d’età minimi per la pensione. Ma ciò non potrà bastare a risolvere l’impasse. Non sarà certo imponendo ai 70enni di proseguire la loro vita lavorativa che si troverà una soluzione. Il guaio è che senza giovani non c’è né sviluppo né competitività. Non mancheranno solo quelli che “ci pagheranno le pensioni”, mancherà proprio chi potrà essere assunto, non ci saranno lavoratori di sorta. Né qualificati, né manodopera. Nessuno. Solo balle di fieno. E non c’entra nulla la retorica né le frasi fatte. È un dato. Se le cose non cambiano, da qui al 2070 verranno meno ben tre milioni di giovani. Ma non ci sarà bisogno di aspettare così tanto per assistere, se possibile, a una estinzione di massa ancora peggiore.

Estinzione di massa

Entro il 2040, infatti, l’Italia perderà cinque milioni di persone in età da lavoro. Secondo il Centro studi di Confindustria, “nel 2005 i 15-34enni rappresentavano circa il 25% della popolazione; nel 2025 la loro incidenza è scesa al 20,6% e secondo le proiezioni Istat è destinata a diminuire ulteriormente nei prossimi decenni (al 18,6% nel 2070)”. Un declino inarrestabile. Testimone “di una contrazione più marcata rispetto a quella della popolazione complessiva, determinata da due dinamiche demografiche strutturali: il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione”. E da cui deriva un “cambiamento profondo della struttura demografica del Paese” perché “la base su cui si fonda la futura forza lavoro si restringe e invecchia”. Insomma i giovani, quelli che per anni sono stati “accolti” dagli adulti con precariato, contratti da fame e università baronali che li tenevano a parcheggio, presentano oggi il conto a decenni di politiche folli e insostenibili. Non è solo questione di chi pagherà le pensioni, atteso che i migranti non lo faranno o, almeno, ne arrivano sempre di meno e in maniera sempre meno strutturata. È questione di sviluppo, visione e futuro che l’Italia rischia di vedersi scivolare tra le dita.

Senza giovani non c’è futuro

Chi non ha i giovani, non ne ha. Non ha lavoratori, non ha competizione interna né si può permettere, ancora, il lusso di tenere una generazione a stecchetto. Costringendo, non fosse altro che per ripicca, a volare altrove pur di riuscire a trovare condizioni di lavoro e di vita migliori. L’Italia si candida, seriamente, a finire presto. Il Csc lo dice a chiare lettere: “La questione giovanile in Italia è una vera emergenza economica prima ancora che sociale”. Il Sud, in questo senso, rappresenta un laboratorio. Restano sempre di meno. E chi rimane difficilmente mette su famiglia come si sarebbe fatto un tempo. E quando succede, talora, è troppo tardi anche solo per pensare a fare figli. Il conto, non adesso ma tra qualche decennio, lo paghiamo tutti.


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