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Economia

Transizione 5.0: pace fatta tra governo e Confindustria

Verso la proroga del taglio accise, l'Ue pasticcia con gli Ets e riparte la stagione degli stoccaggi di gas

di Cristiana Flaminio -


La tregua di Pasqua tra governo e imprese, pace fatta tra l’esecutivo e Confindustria con il ripristino dei fondi su Transizione 5.0. Al tavolo tenutosi ieri mattina a Palazzo Piacentini, sede del Mimit, c’erano (oltre al padrone di casa Urso), pure il ministro agli Affari Europei Tommaso Foti e il viceministro all’Economia Maurizio Leo. Dall’altra parte, i rappresentanti di viale dell’Astronomia insieme ai dirigenti di Confcommercio, Confartigianato, Confagricoltura, Coldiretti. L’impasse si è risolta non appena Urso ha messo sul tavolo l’intesa da 1,5 miliardi per il rifinanziamento della misura.

Pace fatta su Transizione 5.0: ramoscello d’ulivo tra governo e Confindustria

“Gli impegni saranno mantenuti tutti coloro che hanno presentato domanda per Transizione 5.0 riceveranno quanto dovuto. Al tavolo sono state confermate le risorse inizialmente destinate pari a 1,3 miliardi più 200 milioni aggiuntivi”, ha detto tenendo il ramoscello d’ulivo a Orsini. Che, immediatamente, l’ha colto: “Apprezzamento per il fatto che in un contesto geopolitico così difficile e di instabilità si riconoscano e sostengano le imprese”. E ancora: “Oggi il mantenere 1,3 miliardi e l’aggiunta di 200 milioni vuol dire portare, dal 35% del decreto di venerdì, al 90% il credito di imposta sui beni strumentali e al 100% sui pannelli fotovoltaici”. C’è di che essere soddisfatti: “Non si poteva fare altro, questa era la via giusta: perché io credo che gli imprenditori così continuano a fidare delle istituzioni”. Pace fatta.

Il nodo carburanti: verso la proroga al taglio delle accise

E tutti a casa. O no? Non del tutto, perché restano aperti diversi dossier. A cominciare dal tema carburante. A questo proposito, le indiscrezioni della vigilia sembrano tutte confermate: il governo potrebbe prorogare, almeno fino al 30 aprile, i tagli sulle accise. La scadenza del 7 aprile incombe. L’idea sarebbe di chiudere l’intesa già domani, al prossimo consiglio dei ministri. Nel frattempo, le sigle che rappresentano il comparto agricolo hanno chiesto al governo di fare qualcosa per il gasolio agricolo. I prezzi sono sbalorditivi, a rischio la tenuta economica delle aziende. E, soprattutto, se non si procederà a dare agevolazioni, l’impatto degli aumenti si riverbererà direttamente sulle tasche dei consumatori. Insomma, archiviata la querelle su Transizione 5.0, in attesa di capire i “tempi” della decisione e i nuovi iter, mentre governo e Confindustria si danno la mano, il tema è e rimane quello dell’energia. Che è stato complicato, non innescato, dalla guerra in Iran e dalle conseguenze del conflitto sui traffici globali di petrolio e gas.

L’Ue pasticcia con gli Ets

Che la situazione non sia idilliaca, per altro, lo dimostrano i dati sull’occupazione che l’Istat ha diramato ieri mattina. A febbraio, e cioè prima che insorgesse il conflitto, la disoccupazione aveva trovato un colpo di coda salendo al 5,3%. In pratica si sono persi circa 29mila posti di lavoro. Niente di sanguinoso, però un segnale che non può essere sottovalutato. E sul fronte energetico, intanto, inizia a muoversi qualcosa. In Europa, per esempio. La Commissione ha iniziato a giocare con le quote Ets. Sarà istituita una sorta di riserva per calmierare il mercato e stabilizzarlo. Un accrocchio d’ispirazione bancaria per fare in modo che non ci sia scarsità di quote e gestire il sistema. Roba che ha fatto urlare già allo scandalo l’industria della ceramica, notoriamente energivora. Gli imprenditori italiani e quelli spagnoli denunciato “un approccio estremamente errato” perché “il settore ceramico, per ragioni tecnologiche e limiti oggettivi nella disponibilità delle risorse, non è in grado di utilizzare la biomassa come combustibile alternativo”. Già, perché il calcolo va fatto sulle biomasse. Più burocrazia, meno efficacia.

Via agli stoccaggi: l’Italia in pole position

La grande battaglia, però, sarà ancora un’altra. Ieri s’è riaperta la stagione di caccia. Nel senso che i Paesi Ue inizieranno a rabboccare i rispettivi stoccaggi di gas. L’Italia parte da una posizione invidiabili: formichine, abbiamo già in “cassa” scorte pari al 43,8% dei depositi. Siamo primi in Europa. La media Ue, per capirci, supera appena il 28%. La Germania sta ancora peggio: le scorte s’aggirano al 22%, la Francia si attesta al 21,9% circa (ma loro c’hanno il nucleare). L’obiettivo italiano, sancito da Arera, è quello di giungere al 90 per cento del riempimento. Bruxelles, però, vorrebbe metterci mano. Nel senso che ieri, annunciando l’austerity, il commissario all’Energia Dan Jorgensen ha pure detto che l’Europa deve muoversi unita. Un modo per fare massa critica, come dicono quelli che ritengono di saperla lunga, e sganciare (forse) prezzi un po’ migliori. Allo stato attuale, il gas al Ttf di Amsterdam passa di mano per un prezzo inferiore ai 50 euro. I mercati, evidentemente, credono (ancora) alla possibilità che si arrivi alla pace con l’Iran.


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