L’Italia della violenza e delle recite
In Italia non si registrano soltanto sequenze di atti gravi e violenti, ma qualcosa di più profondo, una fragilità civile e una assuefazione che trasforma l’eccezione in abitudine. Anziché guardare i fatti in faccia, ogni volta parte la recita con frasi prefabbricate, mentre le tifoserie coprono i fatti invece di interpretarli. Napoli, il caveau violato, gli ostaggi, la fuga da fiction.
Vicenza, Alberto Filippi e la sua famiglia, sequestrati e massacrati in casa. Massa, Giacomo ucciso dal branco che racconta un Paese impaurito, assuefatto alla violenza come a una fatalità. Roma, il corteo per Cospito, dove al posto delle idee una bottiglia si frantuma sulla testa di un funzionario della Digos, a cui va la solidarietà de L’identità e del Siap.
In Puglia, a Bisceglie, in pochi giorni si condensano una bambina morta per incuria del verde e un omicidio in discoteca, una sequenza che dovrebbe scuotere e invece rischia di scivolare dentro una cappa di assuefazione, offrendo l’idea che l’orrore possa essere assorbito dalla cultura omissiva. La violenza ammantata di anarchismo non è folklore, ferisce i poliziotti e aggredisce lo spazio pubblico, è violenza politica contro il perimetro democratico.
A Pavia, l’omicidio di un ragazzo per un motivo forse futile non è soltanto cronaca nera, ma il segno di una società più fragile, più incattivita ed esposta. Il tema è politico. La polarizzazione identitaria su giustizia e sicurezza si sta rivelando un boomerang. Da una parte c’è chi ne ha fatto una bandiera muscolare, per rendita propagandistica. Dall’altra, un riflesso buonista e reticente, come se nominare la sicurezza o riformare la giustizia significasse tradire i diritti.
Così, tra caricatura forcaiola e imbarazzo moralistico, il risultato è lo stesso, cittadini soli e poliziotti nel limbo di tutele inadeguate. Mentre le coalizioni hanno già iniziato il braccio di ferro per la corsa al potere nel 2027, i cittadini subiscono e ai poliziotti spaccano bottiglie in testa, e può perfino accadere che il danno sia classificato come lieve dalla giurisprudenza. Ci si può dividere sul governo del conflitto sociale e dell’ordine pubblico, sul rapporto tra prevenzione, repressione e libertà. Ma non sull’efficienza dello Stato, e sul diritto dei cittadini a pretendere sicurezza e giustizia.
Per questo non è credibile la nostalgia da palcoscenico, specie di chi, anche tra i sindacati di polizia, pensa che basti cambiare il volto del ministro dell’Interno per rimettere in piedi la macchina del consenso, come se il Viminale fosse un’edicola miracolosa della capitale. Il ministero dell’Interno non è un bersaglio rituale da demonizzare a ogni stagione, finché resta entro i limiti e i controlli della democrazia costituzionale, perché e uno dei cuori operativi più delicati dello Stato.
Il Ministro Piantedosi è un professionista qualificato, non un pupazzo da comizio, andrebbe sottratto alle attese miracolistiche dei suoi presunti sostenitori. Nessun ministro, da solo, può colmare anni di carenze negli organici, nei mezzi, nel coordinamento, nella formazione, con straordinari sottopagati e sempre in ritardo. E il confronto costruttivo, con sindacati pragmatici come il Siap ha valore di concretezza, perché orientato a tutelare poliziotte e poliziotti per servire meglio i cittadini, e non i supporter di tizio o caio.
Il problema non è la faccia del ministro, ma il vuoto scavato attorno al valore culturale e democratico del primato che la legge assegna alle Autorità di Pubblica Sicurezza e alla Polizia di Stato, come presidio civile della democrazia liberale. Le pattuglie sono diminuite da tempo immemore, gli equipaggi ridotti, gli stipendi restano bassi, i territori spesso scoperti. E il rinnovo contrattuale dei poliziotti non dispone di misure per ristorare il disagio della specificità, il rischio e il peso del lavoro. Per anni si è coltivata l’idea che una telecamera potesse sostituire una volante. Ma la telecamera non entra in un vicolo, non salva la vittima dal suo aggressore, non soccorre un anziano, non presidia una piazza, non interrompe una rapina, non salva una vita.
Poi c’è il nodo del coordinamento, ancora slabbrato, per resistenze corporative che nel tempo hanno indebolito la funzione del Questore come Autorità provinciale di pubblica sicurezza. E resta vivo il tema di strumenti per una maggiore efficienza investigativa nella fase pre-penale, una democrazia seria non teme una polizia giudiziaria più tempestiva e meglio coordinata, deve temere semmai uno Stato che arriva tardi, o in ordine sparso. Serve fiducia alla polizia giudiziaria, e non per aggirare le garanzie democratiche, ma per impedire che la legalità sia troppo lenta.
La sicurezza non è una parola sporca né una posa virile. È il diritto dei deboli a non avere paura, dei fragili a non essere lasciati soli, dei ceti più esposti a non vivere assediati. Ma anche il diritto di chi ha costruito una posizione agiata a non diventare ostaggio della violenza. Quando la paura diventa abitudine, la democrazia si restringe, si ammala.
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