Il racconto della rapina: “Quello che abbiamo subito va combattuto, forse per me è il momento di tornare in campo”
L'ex senatore leghista Alberto Filippi
Venerdì sera. Stavo rientrando a casa dopo una cena. Niente di straordinario. La mia villa ad Arcugnano, le luci accese, mia moglie e le mie due bambine dentro. Il solito finale di giornata di un uomo qualunque — perché è questo che sono, prima di tutto il resto: un uomo qualunque con una famiglia che ama.
Poi quattro figure incappucciate, il buio del garage, un pugno in faccia e una pistola puntata tra gli occhi.
E lì, in quell’istante preciso, smetti di essere l’imprenditore, l’ex deputato, l’ex senatore. Smetti di essere qualsiasi cosa tu abbia costruito in quarant’anni di lavoro e di vita pubblica. Sei soltanto un padre. Un marito. Un uomo con le mani alzate e il cuore in gola che pensa a una cosa sola: cosa sta succedendo lassù, al piano di sopra, dove ci sono mia moglie e le mie bambine?
Hanno sequestrato me per circa un’ora. Sessanta minuti che, se provate a viverli con un cacciavite da venticinque centimetri puntato al fianco, con la consapevolezza che la vostra famiglia è ostaggio di criminali senza scrupoli al piano superiore, vi assicuro che sembrano un’eternità geologica. Il tempo si dilata in modo osceno quando la paura è vera, quando ogni rumore dal piano di sopra può significare tutto e il contrario di tutto, quando il silenzio fa ancora più paura del rumore. Ho un occhio nero. La schiena ammaccata. Escoriazioni ovunque.
L’hanno fatto con metodo, devo riconoscerglielo: professionisti. Parlavano italiano ma erano stranieri, ha notato qualcuno. Almeno non possiamo accusarli di mancanza di integrazione linguistica.
Il bottino? Orologi, borse griffate, pellicce, abiti di lusso. Un valore che si aggira attorno ai due milioni e mezzo, forse qualcosa in meno secondo le prime stime. Una cifra che fa male. Molto male. Ma che, lo dico subito, non è la cosa che fa più male. La cosa che fa più male è stata quella mezz’ora — o forse più, il tempo perde senso in certi momenti — in cui non sapevo cosa stesse accadendo alla mia famiglia. Quello è il vero bottino che ti portano via. Quello non lo recuperi in nessuna cassaforte.
Mia moglie e le mie bambine sono state straordinarie. Forti come non avrei mai voluto che dovessero essere, perché nessun padre vuole che le proprie figlie imparino la paura in quel modo, a quell’età, in quella notte. Nessun marito vuole vedere la donna della sua vita sotto scacco di delinquenti armati. Eppure — e qui comincia la parte che non mi aspettavo — quando ci siamo ritrovati, quando le braccia si sono finalmente intrecciate e ho potuto toccare con mano che stavano bene, ho capito una cosa: questa famiglia è più solida di quanto pensassi. E pensavo già che fosse molto solida.
La mia donna con la “D” maiuscola, come l’ho definita ai carabinieri, si è comportata esattamente così. Maiuscola. E le bambine — le mie bambine — hanno mostrato una forza che mi ha lasciato senza parole. O meglio, con una sola parola: orgoglio.
Ora viene la parte che potrebbe sembrare strana. Forse persino disturbante, a qualcuno. Io sono convinto — e lo sono con quella convinzione tranquilla che arriva dopo lo choc, non durante — che da questa vicenda usciremo migliori. Non “migliori” nel senso di quella retorica consolatoria da cartolina motivazionale. Migliori nel senso concreto, fisico, quotidiano del termine. C’è un principio taoista che dice, in estrema sintesi, che le cose brutte portano semi di positività e quelle belle, a volte, semi di negatività. Il punto non è l’evento in sé — il punto è cosa fai con quell’esperienza. L’uomo matura attraverso le esperienze difficili. Sempre. Senza eccezioni. È la legge più antica che esiste, molto più antica di qualsiasi codice penale.
Saremo più poveri economicamente? Sì. Quasi certamente. Una parte significativa di quanto costruito in anni di lavoro è finita nei sacchi di quattro criminali che probabilmente stanotte dormono già in un altro paese. Fa male? Moltissimo. È una menomazione? No. Perché tutto quello che è stato sottratto si può, almeno in parte, ricostruire. Quello che invece si è aggiunto — il calore, la solidarietà, la consapevolezza di quanto siamo uniti come famiglia — quello non te lo porta via nessuno. Neanche con un cacciavite da venticinque centimetri. E questa regola, che vale per me, vale anche per loro.
Anche le mie bambine, piccole come sono, hanno vissuto qualcosa che le segnerà. Non voglio nascondermelo. Ma attraverso il dialogo, attraverso la vicinanza, attraverso il gioco di squadra che una famiglia sa fare quando è davvero una famiglia, quella ferita diventerà forza. Ne sono certo come sono certo di poche altre cose nella vita.
Ho 60 anni. Ho fatto il deputato, ho fatto il senatore, ho costruito un’azienda che funziona. Ho visto cose belle e cose meno belle nella vita pubblica italiana — e chi mi conosce sa che su questo potrei scrivere volumi interi, con tanto di nomi e cognomi. Ho vissuto indagini, procure, polemiche mediatiche. Ho imparato, a mie spese, che in questo paese la giustizia a volte è un sentiero stretto e accidentato. Ma questa notte ad Arcugnano mi ha insegnato qualcosa di diverso. Mi ha ricordato che esiste un’Italia — quella delle bande organizzate, dei colpi da professionisti, delle ville isolate nella provincia vicentina — che va combattuta con strumenti seri, con politiche serie, con una presenza dello Stato seria.
Forse è il momento di tornare a dare il mio contributo in quella direzione. Non lo dico per retorica. Lo dico perché quando stai lì con un cacciavite al fianco e pensi a tua figlia che dorme al piano di sopra, capisci esattamente perché esiste la politica, e soprattutto a cosa dovrebbe servire.
Concludo con un messaggio per chi pensa di avermi lasciato al tappeto. Sbagliato indirizzo.
I Filippi non restano a terra. Si rialzano, si guardano intorno, contano le ammaccature, e ripartono. Con qualche cicatrice in più, certo. Con un occhio nero spettacolare che nelle prossime settimane farà il giro delle foto di famiglia. Ma ripartono. Ripartono più consapevoli, più determinati, più vicini alle persone che amano. Quindi, cari professionisti del crimine organizzato vicentino-e-dintorni: avete portato via orologi e borse. Avete lasciato qualcosa di molto più prezioso. Probabilmente non era nelle vostre intenzioni. Ma si sa — non tutti i mali vengono per nuocere. Anche quando arrivano con la pistola in faccia.
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