La sicurezza non è un optional è un diritto: per strada, in casa e nelle scuole. E come tale va difeso
La sicurezza resta una delle cartine di tornasole più oneste della tenuta di uno Stato. Quando arretra, non servono grandi teorie: basta guardare la vita quotidiana delle persone. Le famiglie cambiano abitudini, evitano certe strade, rientrano prima, osservano con diffidenza luoghi che dovrebbero essere normali – una stazione, un parcheggio, il tragitto verso la scuola, il portone di casa. È in questi dettagli che si misura la qualità della convivenza civile, molto più che nei convegni o nei dibattiti televisivi.
Il decreto sicurezza: un orientamento politico da sostenere senza enfasi
Per questo il decreto sicurezza appena approvato va considerato con attenzione e, nel complesso, con favore. Non perché rappresenti una soluzione definitiva, e neppure perché basti una norma a risolvere fenomeni radicati da anni, ma perché segna un orientamento politico chiaro: riportare il tema dell’ordine pubblico e della tutela dei cittadini al centro dell’agenda. È una scelta che merita di essere sostenuta senza enfasi propagandistica, ma anche senza quella diffidenza automatica con cui troppo spesso, in Italia, si guarda a tutto ciò che richiama il principio di autorità.
La verità è che la sicurezza non è un accessorio del vivere civile: è la sua base minima. Senza sicurezza si indebolisce il diritto alla casa, il diritto a muoversi liberamente, il diritto di mandare i figli a scuola senza un sottofondo costante di preoccupazione. E senza sicurezza si incrina anche il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, perché quando le persone percepiscono di doversi arrangiare da sole – con allarmi, grate, telecamere e mille cautele – significa che qualcosa, nella catena della protezione pubblica, si è rotto.
Furti, rapine e periferie: dove lo Stato arretra avanza la paura
Non è un caso che uno dei segnali più inquietanti sia il ritorno dei furti e delle rapine nelle ville e nelle abitazioni isolate, episodi che in diversi casi vedono coinvolti anche gruppi di stranieri dediti a una criminalità predatoria particolarmente aggressiva. Sarebbe sbagliato e irresponsabile trasformare questa constatazione in una generalizzazione, ma sarebbe altrettanto miope fingere che il fenomeno non esista. Per chi subisce un’irruzione in casa, per chi si ritrova minacciato nel luogo che dovrebbe rappresentare protezione e intimità, il danno non è soltanto economico: è psicologico, profondo, duraturo. È la tranquillità domestica che si spezza, spesso per molto tempo.
Lo stesso discorso vale per le periferie e per le stazioni, che in troppe città continuano a rappresentare il punto più visibile della ritirata dello Stato. Dove il presidio si allenta, avanzano degrado, intimidazione, microcriminalità, occupazione abusiva degli spazi comuni. E il cittadino onesto finisce per fare ciò che in un Paese normale non dovrebbe fare mai: adattarsi alla paura. Cambia percorso, evita orari, abbassa lo sguardo, accelera il passo. Non è prudenza: è una forma quotidiana di rinuncia.
Il decreto sicurezza va giudicato sui fatti, non sugli slogan
In questo contesto, il nuovo impianto normativo può essere utile se sarà accompagnato da continuità, controlli, presenza sul territorio e capacità di applicare davvero le regole. Da solo non basta, ma può contribuire a ristabilire una gerarchia di priorità che negli ultimi anni si era offuscata. Il punto essenziale, infatti, non è ‘inasprire’ per principio, ma riaffermare un criterio semplice: lo Stato deve proteggere prima di tutto chi rispetta le regole.
È su questo terreno che il decreto va giudicato, lontano sia dagli entusiasmi automatici sia dalle bocciature preconcette. Se servirà a rafforzare la prevenzione, a rendere più efficace il contrasto ai reati e a restituire ai cittadini la sensazione concreta di non essere soli, allora avrà svolto una funzione importante. Perché la sicurezza non è una parola d’ordine da campagna elettorale, ma un diritto imprescindibile. E i diritti, quando vengono erosi nell’esperienza quotidiana, non chiedono slogan: chiedono risposte.
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