Concertone Primo Maggio: la corsa al like, i dati ignorati del “lavoro nero” nello spettacolo
Un'arena di "sparate" studiate a tavolino per dominare i trend e scalare le classifiche social
La segretaria del Pd Elly Schlein al concerto del primo maggio a San Giovanni
Con l’abituale Concertone del Primo Maggio la storica cornice “sindacale” di Piazza San Giovanni si è trasformata, per un giorno, nel teatro dell’assurdo politico, dove la dialettica è stata sostituita da una gara a chi urla più forte per un pugno di like.
Tutti a parlare di lavoro al Concertone
Non più un concerto di lotta – lo è mai stato? -, ma un’arena di “sparate” studiate a tavolino per dominare i trend e scalare le classifiche social. In un weekend povero di notizie vere, i “giornaloni” hanno banchettato su ogni singola provocazione. E trasformato dichiarazioni estemporanee in casi di Stato, forse per riempire il vuoto di un lungo ponte festivo o perché l’indignazione digitale garantisce visualizzazioni sicure.
Primo Maggio, l’apoteosi del ridicolo in musica
L’apoteosi del ridicolo è stata raggiunta con la sfilata dei messaggi politici preconfezionati. Abbiamo visto la maglietta dedicata al presidente Mattarella indossata come un feticcio: Angelo Bonelli si starà mangiando le mani per non averla inventata lui?
Abbiamo visto Delia che riscrive il testo di “Bella Ciao” per adattarlo alle urgenze del momento, perfino sbertucciata sui social.
Abbiamo visto Piero Pelù che ha infiammato (o gelato, a seconda delle visioni) la piazza definendo Mussolini “il primo morto sul lavoro”.
Una rincorsa al rumore
Nell’epoca della “economia dell’attenzione”, un affanno che nasconde un vuoto di contenuti siderale. La politica ridotta a meme per assicurarsi la clip virale su Repubblica o sul Corriere della Sera, che nel frattempo pubblicava con solerzia le pagelle dei look degli artisti, confermando che l’estetica ha ormai definitivamente divorato l’etica.
L’ipocrisia
Dietro questa fiera della vanità “impegnata” al Concertone del Primo Maggio si nasconde pure una realtà economica impietosa, certificata dai numeri degli enti di previdenza. Mentre gli artisti invocano i diritti dal palco, i dati rivelano un precariato strutturale nel settore dello spettacolo.
La retribuzione media annua si aggira su appena 10.600 euro, con i tecnici che lavorano in media solo 96 giorni l’anno. Oltre il 60% degli operatori non raggiunge nemmeno la soglia delle 120 giornate contributive minime, alimentando un bacino di “lavoro grigio” che stride con i lustrini “impegnati” di San Giovanni.
Le ispezioni dell’Ispettorato del Lavoro confermano il paradosso, rilevando tassi di irregolarità contrattuale che spesso superano il 70% nei grandi eventi live.
Una pausa “dorata” dal business
Finita l’eco del concerto, i “rivoluzionari” da palcoscenico possono tornare ai loro contratti dorati, mentre per le maestranze la stabilità economica resterà un miraggio.
La prossima mossa del mainstream giornalistico, capitalizzare queste provocazioni per una settimana di polemiche televisive. Con tutti a ignorare i dati di un settore dove il lavoro reale rimane l’unico grande assente.
Un bilancio amaro che conferma come il Primo Maggio sia diventato l’ultimo miglio di una strategia di marketing che usa i diritti come semplice scenografia per fare tendenza.
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