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Salute

Cancro mammario metastatico: il 90% delle donne guarisce, ma continua l’insorgenza tra le under 40

di Redazione L'Identità -


Il tumore al seno continua a far paura, però la medicina corre più veloce dell’emotività. Dal congresso multidisciplinare promosso dalla San Rossore Academy e guidato dalla Dottoressa Maria Grazia Fabrini arriva un dato che cambia il modo stesso di raccontare questa malattia. Oggi la guarigione dal carcinoma mammario sfiora il 90%. Una percentuale che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata materia da fantascienza medica e che invece entra con decisione nelle corsie degli ospedali, negli ambulatori delle Breast Unit e nella vita concreta delle pazienti.

Il quadro, però, presenta una contraddizione che gli specialisti guardano con crescente preoccupazione. La malattia colpisce sempre più donne giovani. Crescono i casi sotto i 45 anni e aumentano perfino quelli sotto i 40, fascia nella quale gli strumenti tradizionali di screening mostrano limiti evidenti. Il seno giovane, più denso, rende infatti la mammografia meno efficace e costringe la medicina a cercare percorsi diagnostici più sofisticati, calibrati sul profilo individuale della paziente.

Il problema riguarda anche l’adesione ai controlli. Oggi soltanto circa la metà delle donne si sottopone regolarmente agli screening. Dietro quel 50% si nasconde un meccanismo antico, quasi umano prima ancora che sanitario. La rimozione. La paura di trovare qualcosa spinge molte persone a rimandare esami che potrebbero salvare la vita. Tra i dati emersi durante il congresso pisano compare anche un elemento apparentemente allarmante. Sempre più donne arrivano alla diagnosi con metastasi già visibili. Il motivo, spiegano gli esperti, sta però soprattutto nella maggiore sensibilità diagnostica di strumenti come TAC e PET-TC, che oggi riescono a individuare lesioni prima invisibili. Parallelamente cresce la diagnosi di malattia oligometastatica, situazione nella quale le metastasi risultano limitate a poche sedi e possono essere trattate con maggiore efficacia.

La medicina, intanto, ha smesso di parlare del tumore al seno come di una patologia uniforme. Esistono tumori che nascono nella ghiandola mammaria ma possiedono caratteristiche biologiche differenti, con risposte diverse alle terapie e percorsi clinici completamente distinti. Cambiano le scelte chirurgiche, cambia la radioterapia, e i farmaci. L’oncologia moderna lavora ormai su trattamenti sempre più mirati. Alcuni medicinali riescono a indurre l’invecchiamento delle cellule tumorali. Gli immunoterapici, combinati con la chemioterapia, attivano il sistema immunitario contro le forme più aggressive. Gli anticorpi monoclonali riconoscono specifici recettori presenti sulle cellule malate e trasportano il farmaco direttamente sul bersaglio.

Il Professore Pier Franco Conte ha spiegato come oggi l’obiettivo della ricerca riguardi anche la riduzione dell’impatto terapeutico sulle pazienti guarite. La chirurgia diventa più conservativa, la chemioterapia meno invasiva e le terapie biologiche più selettive.

Fondamentale resta la valutazione del rischio individuale. Storia familiare, presenza di tumori alla mammella, all’ovaio, alla prostata o al pancreas, densità mammaria, gravidanze, uso della pillola anticoncezionale, attività fisica, sovrappeso. Tutti elementi che devono entrare in una lettura personalizzata della paziente. Sul fronte genetico la Dottoressa Monica Lencioni ha ribadito il valore del test BRCA, strumento capace di individuare mutazioni ereditarie nei geni BRCA1 e BRCA2, associate a un rischio elevato di tumore al seno e all’ovaio. Conoscere la propria predisposizione genetica permette di attivare programmi di sorveglianza intensificata o percorsi preventivi mirati, oltre a indirizzare terapie specifiche come gli inibitori di PARP. Il test consente inoltre di estendere i controlli ai familiari, individuando eventuali portatori sani e riducendo il rischio nelle generazioni successive.

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