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Ucraina, la guerra senza vincitori e il ruolo che l’Europa non riesce a trovare

La guerra in Ucraina entra in una fase decisiva. Le analisi di Vecchioni e Dottori rilanciano il tema della pace e del ruolo dell'Europa

di Anna Tortora -


A oltre quattro anni dall’inizio del conflitto, una realtà appare sempre più evidente: la guerra in Ucraina sembra aver raggiunto una fase nella quale la vittoria totale di una delle parti appare improbabile, mentre la pace continua a restare lontana.
In questo contesto, Domenico Vecchioni mette in discussione una delle interpretazioni più diffuse del conflitto: l’idea che Vladimir Putin possa cercare di superare l’impasse militare attraverso un’estensione delle ostilità. A suo giudizio, una simile scelta avrebbe scarsa razionalità strategica, poiché finirebbe per aumentare i rischi e i costi della guerra anziché favorirne una conclusione.

La riflessione dell’ex ambasciatore parte da una constatazione che molti osservatori condividono, pur tra differenti valutazioni. L’Ucraina, nonostante il sostegno economico, politico e militare ricevuto dall’Occidente, difficilmente può aspirare a una vittoria decisiva contro una potenza come la Russia. Allo stesso tempo, Mosca, dopo anni di combattimenti e perdite umane enormi, non può accettare una sconfitta che ne comprometta il prestigio e la sicurezza strategica. La presenza dell’arsenale nucleare russo costituisce inoltre un elemento che continua a condizionare ogni valutazione sul possibile esito del conflitto.
Se questa analisi è corretta, la conclusione appare quasi inevitabile: nessuna delle due parti può ottenere integralmente i propri obiettivi e, prima o poi, il negoziato dovrà sostituire il campo di battaglia.

Il nodo irrisolto: quale pace è possibile?

Su un piano diverso, ma non necessariamente in contraddizione, si colloca l’analisi di Germano Dottori. Secondo il consigliere scientifico di Limes, la Russia potrebbe ritenere di aver raggiunto sul campo una posizione sufficientemente favorevole da giustificare l’apertura di un negoziato. Resta però una questione decisiva: quale tipo di pace sarebbero disposti ad accettare gli ucraini? È da questo interrogativo che dipende la reale possibilità di porre fine al conflitto.
Ed è probabilmente qui che si concentra il nodo più difficile da sciogliere. Una pace può essere considerata tale soltanto se entrambe le parti la ritengono accettabile. Se Mosca ritiene di aver ottenuto risultati sufficienti per fermarsi, Kiev continua invece a rivendicare il diritto di recuperare la propria integrità territoriale e di decidere autonomamente il proprio futuro politico e strategico. La distanza tra queste posizioni resta considerevole.

Nel frattempo, gli Stati Uniti sembrano sempre meno intenzionati a sostenere da soli il peso politico della crisi. Donald Trump aveva promesso una rapida soluzione del conflitto, ma i risultati ottenuti sono stati modesti. Washington appare oggi maggiormente concentrata sulle proprie priorità globali, lasciando agli europei una responsabilità crescente nella gestione di una guerra che si combatte nel cuore del continente.

È proprio su questo punto che emerge la critica avanzata da Vecchioni. L’Unione Europea, anziché assumere il ruolo di grande mediatore politico che molti cittadini si aspettavano, ha scelto di puntare soprattutto sul rafforzamento delle proprie capacità militari. I massicci programmi di riarmo lanciati da Bruxelles vengono presentati come una necessità dettata dalle nuove sfide alla sicurezza europea. Tuttavia, per i loro critici, rischiano di consolidare una logica di contrapposizione permanente senza avvicinare una soluzione diplomatica.

La questione è destinata ad assumere un’importanza ancora maggiore in un momento in cui il futuro della NATO e del rapporto transatlantico appare meno scontato rispetto al passato. L’Europa si trova così di fronte a una scelta storica: limitarsi a rafforzare il proprio apparato difensivo oppure tentare di costruire una propria iniziativa politica capace di favorire un compromesso tra le parti.
La storia insegna che le guerre terminano raramente con la vittoria assoluta di uno dei contendenti. Più spesso si concludono quando il costo del conflitto supera i benefici che ciascuna parte ritiene di poter ancora ottenere.

La pace come prova di maturità politica

Dopo anni di combattimenti, appare sempre più evidente che la soluzione del conflitto non potrà essere esclusivamente militare. Le riflessioni di Domenico Vecchioni e Germano Dottori, pur da prospettive differenti, convergono su un punto essenziale: la guerra ha raggiunto una fase in cui il problema non è più soltanto chi possa vincere, ma quale pace sia realisticamente possibile.
In questo scenario, l’Europa è chiamata a una scelta cruciale. Continuare a muoversi nella logica della deterrenza oppure assumere un ruolo politico più incisivo nella ricerca di una soluzione negoziata. Perché, al di là degli equilibri strategici e delle dinamiche militari, la vera sfida resta trasformare un conflitto senza vincitori in una pace sostenibile e duratura per tutti gli attori coinvolti.

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