La fascia, le divise e la grigia tentazione
Norberto Bobbio ha insegnato che il rapporto tra diritto e potere è il cuore della democrazia, il potere produce diritto, e solo il diritto ne limita l’esercizio. In democrazia il problema non è chi esercita la funzione, ma entro quali confini la esercita. Per questo le parole non sono mai innocue quando avvicinano ciò che Costituzione e leggi tengono distinto.
Il 2 giugno i funzionari di Polizia hanno sfilato in borghese con la fascia tricolore. Qualcuno impropriamente ha giudicato quella scelta una stranezza. Ma quella fascia, indossata dai funzionari, ha ricordato che la sicurezza pubblica non è funzione militare travestita da amministrazione, ma funzione civile dello Stato di diritto. La Polizia di Stato non nasce da nostalgie di caserma. La sua funzione nasce con la Costituzione, con la legge 121/81, con la smilitarizzazione voluta dai poliziotti “carbonari”, che negli anni Settanta lottarono per una Polizia civile, sindacalizzata e dall’ordinamento democratico. Per questo la fascia tricolore illumina l’immagine della Polizia.
Il Siap lo ha sostenuto con nettezza. E non è un dettaglio che Siap e Anfp siano affiliate, una saldatura tra base sindacale e dirigenza che rappresenta l’anima democratica della Polizia di Stato. Non parlo di estetica della parata, ma di cultura istituzionale. Anche Squadre Mobili e Digos in borghese rappresentano la sicurezza che vive nelle fratture della società e servono lo Stato senza stellette. Il punto non è soltanto la fascia. È la grigia tentazione riaffiorata nel linguaggio istituzionale, come emerso nel corso delle celebrazioni per il 212° anniversario dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria, avvicinare Difesa e Sicurezza fino quasi a sovrapporle, facendo apparire la sicurezza interna come un sottocapitolo della Difesa, un tassello di uno schema militare più ampio.
No. Non è così. E non può esserlo. La tradizione democratica italiana distingue la Difesa nazionale esterna dalla Sicurezza interna. Non è distinzione notarile, ma garanzia democratica. Entrambe tutelano la Repubblica, ma con ordinamenti, strumenti, autorità e responsabilità differenti. La sicurezza pubblica è funzione civile, ordinata dal Viminale, affidata alle Autorità di Pubblica Sicurezza, coordinata dal Ministro dell’Interno e dal Capo della Polizia – Direttore Generale della P.S., esercitata nei territori attraverso Prefetti, Questori e dirigenti dei commissariati.
Le Forze armate hanno un ruolo essenziale nella Difesa della nazione. L’Arma dei Carabinieri ha un valore storico e operativo che nessuno mette in discussione. È forza militare di polizia a competenza generale, in servizio permanente di pubblica sicurezza, ed è anche forza armata. La sua natura speciale impone precisione, ma il prestigio non cancella i confini. La collaborazione non equivale a titolarità dell’indirizzo politico-amministrativo della sicurezza pubblica. Una cosa è concorrere, nei limiti della legge. Altra cosa è essere titolari dell’indirizzo e della responsabilità della sicurezza interna.
Anche i militari impiegati nel presidio del territorio vigilano e collaborano, ma non determinano l’indirizzo, non sostituiscono le Autorità di P.S., non trasformano la sicurezza interna in funzione militare. Il cortocircuito è politico e culturale prima ancora che istituzionale. Quando in sedi ufficiali si usano espressioni che sovrappongono Difesa e Sicurezza Pubblica, il tema non è la suscettibilità di una categoria. È la rappresentazione del tipo di Stato che quelle parole generano.
Le parole, nelle istituzioni, non sono mai neutre. Definiscono confini, orientano condotte amministrative, preparano decisioni politiche. Prima cambia il lessico, poi si normalizza la prassi, infine mutano i poteri. Le zone grigie nascono così, non con un atto clamoroso, ma con un aggettivo sbagliato, una formula ambigua, un’espressione innocua solo in apparenza. Per questo ogni linguaggio che suggerisca una fusione progressiva tra Difesa e Sicurezza Pubblica merita attenzione.
Non perché si debbano contestare le Forze armate, negare il valore dell’Arma o rivendicare primati corporativi per la Polizia di Stato e le Autorità di P.S. Sarebbe una lettura povera, ingenua e sbagliata. Il punto è la chiarezza delle competenze, condizione essenziale della vita democratica. Quando i confini diventano nebbia, la nebbia prima copre, poi autorizza. E quando si autorizza la confusione tra funzioni diverse dello Stato, non si rafforza la sicurezza, si indebolisce la cultura costituzionale che la rende legittima. La questione è questa. Si contesta la tentazione di confondere ciò che Costituzione e leggi tengono distinto.
La sicurezza democratica non nasce dalla militarizzazione gentile del linguaggio. Nasce nel conflitto sociale e dalla scelta del Parlamento, che con la legge 121/81 affermò la cultura civile della Polizia, il coordinamento delle Autorità di Pubblica Sicurezza e il controllo democratico degli apparati. Solo così lo Stato può garantire libertà e legalità senza scambiare l’ordine con la forza e la forza con l’autorità. Il Picchio oggi becca qui. La Repubblica non ha bisogno di famiglie ma di istituzioni.
Non lessici confusi ma responsabilità chiare. Le democrazie non inciampano sempre negli stivali in marcia. A volte inciampano nei sinonimi, nelle formule da cerimonia, nelle parole che sembrano innocue e preparano prassi nuove. La politica, tutta, dovrebbe porre attenzione su questo tema. Non si vuole evocare il rischio di autoritarismi o denunciare semplicemente le parole “difesa integrata del territorio”, perché ciò servirebbe a poco; si vuole stimolare una riflessione affinché siano presidiati i luoghi in cui il potere cambia forma, competenze, apparati, funzioni e linguaggio dello Stato.
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