L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Se l’inchiesta diventa macchina del fango ci rimette il giornalismo

di Adolfo Spezzaferro -


La brutta vicenda del Fatto Quotidiano, chiamato a rispondere anche negli Stati Uniti per un’inchiesta sulla grazia concessa a Nicole Minetti che si è rivelata priva di fondamento, riapre una questione cruciale: dove finisce il giornalismo d’inchiesta e dove inizia la macchina del fango, la disinformatia ideologizzata? L’inchiesta autentica si fonda su prove, verifiche e riscontri.

Quando invece una tesi precede i fatti e i fatti vengono piegati alla tesi (avete presente le toghe rosse?), la libertà di parola diventa parole in libertà, che non possono e non devono restare impunite. Negli ultimi anni certo giornalismo ha costruito il proprio consenso alimentando insinuazioni, processi mediatici e campagne accusatorie spesso prive di solide basi documentali.

Ma non è libertà di stampa mettere perennemente sotto accusa persone e istituzioni senza avere le prove, è piuttosto un abuso della credibilità che il pubblico riconosce a chi fa informazione. Per di più a danno dell’autorevolezza del giornalismo quello vero, che verifica le fonti e fa tutti i controlli prima di dare una notizia. Il caso Minetti ci dice ancora una volta che il giornalismo d’inchiesta è un presidio della democrazia solo se ricerca la verità. Se invece conferma pregiudizi o insegue teoremi, è ammiccare a quei lettori tirati su a suon di attacchi agli avversari. È da giornale che si scrive addosso, compiacendo il partito di chi se lo compra.


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