Da infrastruttura strategica a bandiera ideologica a grana giudiziaria
Le dimissioni di Tommaso Miele dalla presidenza del Collegio dei revisori dei conti del Csm sono l’ennesimo capitolo della saga targata Ponte sullo stretto. Un’opera che ormai vive di racconti scintillanti, conferenze stampa e promesse di progresso, ma anche di continui corti circuiti istituzionali e non, di indagini, di rilievi. Ad oggi il tutto si è condito ulteriormente con l’apertura dell’indagine della Procura di Roma, che procede per corruzione e rivelazione del segreto d’ufficio.
A questo punto è lecito dire che questa grande opera non è più al centro solo di propaganda e ricorsi ma di un’inchiesta penale così delicata che il confine tra infrastruttura strategica e caso politico-giudiziario è diventato davvero impercettibile. Ed è così che il Ponte torna ad essere centrale nel dibattito quotidiano senza mai arrivare a un punto di vera svolta. Attorno all’opera, infatti, non si confrontano soltanto favorevoli e contrari. Si scontrano modi di vivere diversi, idee diametralmente opposte di politica e di sviluppo.
Per chi lo vuole e lo sostiene, il Ponte è il simbolo di un Paese che evolve e che non ha più paura di imporsi, che dà valore al Mezzogiorno da sempre ghettizzato offrendogli finalmente una visione nazionale ed europea, e che considera intollerabile il continuo rinvio in nome della prudenza che ormai è sinonimo di paralisi.
Per gli scettici o meglio per i critici, invece, il Ponte è ovviamente l’esatto contrario. Un’Opera che non tiene conto delle vere priorità del Paese come quella di avere, ad esempio, un’autostrada decente che possa garantire una mobilità facile da nord a sud. È il monumento a un decisionismo che ama gli annunci più delle priorità reali, che si innamora delle opere-messaggio e che rischia di spacciare per modernizzazione ciò che potrebbe rivelarsi soltanto una gigantesca forzatura politica, tecnica e finanziaria.
Al centro di queste visioni c’è l’Italia vera, quella in cui un’infrastruttura può essere insieme progetto strategico, bandiera ideologica, grana giudiziaria e romanzo burocratico. Ed è per questo che il caso Miele pesa così tanto. Perché riporta il Ponte giù dal piedistallo della propaganda, sia favorevole sia contraria, e lo rimette nel suo habitat naturale: quello dove la politica spinge, i controlli frenano, la magistratura osserva e ciascuno racconta la stessa storia come prova definitiva delle proprie ragioni.
Da una parte c’è il Governo, che continua a difendere l’opera considerandola strategica per il Paese e per questo e baipassa ogni polemica, affidando alle parole del sottosegretario Alessandro Morelli, la propria linea: sul piano amministrativo non cambia nulla, il percorso va avanti. Significa che l’inchiesta della Procura di Roma e le turbolenze di queste ore non devono tradursi automaticamente in uno stop del procedimento; significa anche che Palazzo Chigi vuole evitare che ogni scossa giudiziaria diventi, per riflesso automatico, un alibi per rimettere tutto nel congelatore.
E qui sta la differenza di approccio. I sostenitori dell’opera leggono questa fermezza come una necessità. Se ogni passaggio contestato diventa una resa preventiva, in Italia non si farà mai nulla di grande, di difficile, di strutturale. I contrari, leggono invece la stessa postura come una testardaggine pericolosa e la volontà di tirare dritto anche quando i dubbi non sono più obiezioni astratte, ma atti, rilievi, ricorsi e adesso anche un’inchiesta per corruzione.
Traducendo, i primi parlano di decisioni e progetti non più rinviabili per il progresso del Paese, gli altri, di accanimento terapeutico lì dove è tutto chiaro e non vi è necessità di stanziare fondi per un’opera non necessaria in questo momento storico.
Il punto, però, è che il Ponte rimane fermo proprio nelle procedure che più dovrebbero sostenerlo. Tutti i passaggi burocratici ai quali è sottoposto dovrebbero tradursi in un lasciapassare, in una vera e propria blindatura, e invece accade proprio l’esatto contrario. Ed è qui che i dubbi si fanno più atroci creando una frattura sempre più insanabile tra le due tifoserie: i sostenitori e i critici.
Così il Ponte sullo Stretto continua a dividere la politica italiana e l’opinione pubblica molto prima di unire due sponde.
Per alcuni è la prova che il Paese può ancora immaginare un’infrastruttura ambiziosa; per altri è la dimostrazione che il Paese continua a preferire il gigantismo simbolico alla manutenzione del reale. E nel mezzo restano le carte, che hanno sempre l’ultima parola, o quantomeno l’ultima sospensione. Il Ponte, per ora, non attraversa il mare: attraversa procure, uffici, decreti, slogan e nervi scoperti.
Ed è forse per questo che, prima ancora di essere un’opera, è già da tempo uno specchio. Poco edificante, ma fedelissimo.
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