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Attualità

Quella parte di opposizione che dice no all’accozzaglia elettorale con Schlein e Conte

di Eleonora Manzo -


Fondare un nuovo partito. La soluzione a tutti i problemi è sempre la stessa. Rimettere insieme i cocci delle varie anime scontente e riprovarci.
Mai un’analisi profonda su personalismi, scissioni e rancori incrociati, no, più comodo ripartire da zero. Questa volta non il centrino, il centro. Quello serio, europeista, riformista, moderato ma non moscio, ambizioso ma non velleitario.

Carlo Calenda con la sua abituale disinvoltura ci riprova, convinto che esista uno spazio politico in attesa del suo leader definitivo. Il manifesto e la nascita a Milano di europeisti.eu, con l’eco della benedizione di Pina Picierno appena fuoriuscita dal Pd, raccontano esattamente questo.

Un racconto, appunto, perché il problema non è fondare l’ennesimo partito, ma ritrovare idee, compattezza, solidità e trasparenza: cose che non sono garantite da una sigla nuova, bensì dalle persone che decidono di stare insieme e lottare davvero per un’idea comune.

L’iniziativa politica calendiana nasce innanzitutto come rifiuto dell’attuale panorama partitico. A Elly Schlein si rimprovera una sinistra eccessivamente concentrata sulle battaglie ideologiche e lontana dalle esigenze del mondo produttivo e di chi genera ricchezza.

A Giuseppe Conte si contesta invece un populismo rivisitato, meno aggressivo nei toni ma strutturalmente convinto che la complessità istituzionale sia un ostacolo e la responsabilità di governo un concetto negoziabile.

In quest’ottica, la scelta di non allearsi con il ‘campo largo’ non è un capriccio, ma una difesa strategica per evitare che le istanze riformiste vengano annullate all’interno di una coalizione troppo eterogenea.

Ma il lato comico della vicenda sta proprio qua.

Ogni nuovo polo centrista nasce sostenendo di voler superare i personalismi ma è quasi sempre il prodotto di un personalismo. Ogni appello all’unità parte con un nuovo partito o addirittura nuovo polo. Ogni richiamo al pragmatismo si accompagna sempre a una fiducia millantata nei propri futuri risultati elettorali.

E Milano da questo punto di vista, è il luogo perfetto a celebrare tanta autoreferenzialità senza mai spiccare il volo, una citttà che ama presentarsi come laboratorio, salvo poi produrre spesso prototipi che non arrivano mai alla catena di montaggio nazionale.

In questo scenario, però, resta il fatto politico.

Se esiste un’area che vuole affrancarsi da Schlein e Conte senza traslocare nel condominio meloniano, lo fa per ragioni non banali: cultura di governo, collocazione europea, politica estera, rapporto con impresa e innovazione, diffidenza verso il massimalismo e allergia al populismo.

Il problema non è capire perché nasca. Il problema, semmai, è capire se basti nascere. Perchè il centro italiano ha sempre una splendida autobiografia e un pessimo rapporto con la prova del voto.

E per funzionare, prima ancora di trovare il centro, servirebbe almeno trovare un punto.


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