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Il ritorno alle radici del Carroccio e l’ascesa di Vannacci. Le due anime che possono rivitalizzare il centrodestra

di Alessandro Scipioni -


La Lega sta vivendo una riflessione profonda e necessaria, un ritorno alle proprie origini più autentiche che sa di autonomismo e di federalismo. Nelle chat della fronda nordista, animata dai governatori e dagli amministratori di primissimo livello, sembra si discuta apertamente della bozza di statuto del Partito liberale federalista italiano. L’obiettivo è chiaro. Ripartire da tre grandi aree dotate di autonomia fiscale e legislativa e rimettere al centro i territori.

Questo fermento segna una netta presa di distanza da quella deriva sovranista e nazionale che, non suffragata da una cultura e da una preparazione di lungo corso, ha spinto negli ultimi anni il partito ad appiattirsi su temi e toni di una destra che non appartengono alla storia e alla tradizione del Carroccio. Con una leadership ormai fortemente screditata dai numeri e contestata apertamente nei direttivi, la base e i governatori chiedono un cambio di rotta drastico per tornare a rappresentare la voce concreta del tessuto produttivo del Paese.

L’ascesa di Vannacci e la scalata di Futuro nazionale

Dal canto suo invece, il nuovo movimento sullo scenario politico, Futuro nazionale, fondato dal generale Roberto Vannacci continua la sua scalata nei sondaggi, attestandosi attorno a percentuali che fanno presagire un importante rilancio e superando nei numeri le forze tradizionali.

L’operazione del generale non è un semplice esperimento estemporaneo, ma un progetto strutturato che copre efficacemente il fianco destro di Fratelli d’Italia, intercettando un elettorato disorientato e riportando alle urne chi non andava più a votare.

Nonostante le proposte a tratti eccentriche e una linea di politica estera marcatamente alternativa e di elasticità rispetto ai dogmi atlantisti, pur non mettendo in discussione il collocamento internazionale dell’Italia. La forza di Vannacci risiede nella sua capacità di aggregare mondi diversi, dagli scontenti della politica ai nostalgici della destra sociale, costruendo una proposta politica solida e alternativa.

Perché Vannacci dentro la Lega era un freno per entrambi

A un’analisi attenta, la Lega che torna a fare la Lega e il generale Vannacci che consolida la sua identità sovranista non sono realtà in conflitto, bensì tessere complementari di uno stesso mosaico. Il vero nodo critico del passato, a suo tempo intuito con grande lucidità da figure come Luca Zaia, risiedeva proprio nella presenza di Vannacci dentro la Lega. All’interno del Movimento, le aspirazioni del generale trovavano un freno insormontabile nei governatori e nei dirigenti territoriali che, per vocazione istituzionale e per difendere il prestigio e l’identità autonomista del partito, non avrebbero mai permesso una mutazione genetica definitiva in chiave esclusivamente nazionalista. Quel sistema frenante interno impediva a entrambi di esprimere appieno il proprio potenziale. Vannacci non poteva fare della Lega il suo movimento nazional sovranista, e la Lega non poteva tornare all’autonomismo mettendo in ombra un uomo forte come Vannacci.

Oggi, con la costituzione di un partito autonomo, lo scenario cambia radicalmente. Liberato dai vincoli interni, Vannacci può correre e strutturarsi per conto proprio, e i suoi interessi non divergono più da quelli di un centrodestra coalizzato, ma si affiancano a essi.

Un centrodestra plurale: da Berlusconi alle due anime di oggi

Questa separazione di ruoli offre una prospettiva virtuosa. Da un lato assistiamo al ritorno della Lega alle proprie radici federaliste e territoriali; dall’altro, la crescita di una formazione di destra radicale e sovranista guidata da Vannacci permette alla coalizione di allargare il perimetro complessivo, coprire lo spazio a destra di Fratelli d’Italia e intercettare flussi di elettorato altrimenti perduti.

Qui la grande occasione anche per Fratelli d’Italia di consolidare il suo successo e la stima goduta dal Premier tra gli elettori dei settori strategici.

Si ripropone così, in chiave moderna, la grande intuizione che fu di Silvio Berlusconi anni fa, un centrodestra plurale, fatto di anime distinte ma alleate e coordinate, capace di coprire ogni spazio dall’autonomismo liberale al sovranismo identitario. Un equilibrio che, lungi dall’essere un fattore di debolezza, si rivela un grande vantaggio strategico per la coalizione e per la stabilità politica del Paese.

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