L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Giustizia, la sinistra ritrovi il coraggio delle garanzie

di Emanuele De Deo -


Riformare la giustizia non significa piegarla alla politica, ma restituirla alla promessa costituzionale. Una democrazia non ha paura dei magistrati, ma non può chiedere ai cittadini di fidarsi ciecamente di un sistema percepito come lento, chiuso e dai profili corporativi. La giustizia è questione fondante dello Stato, non territorio separato dalla sua architettura. Nessuno può apparire al di sopra della legge, neppure chi è chiamato ad amministrarla.

In democrazia tutti i poteri della Repubblica sono delegati, nessun potere può considerarsi proprietario di sé stesso, autosufficiente o sottratto al limite. Vale per la politica, per le forze di polizia, per la magistratura. L’indipendenza dei giudici è un pilastro costituzionale e va difesa da ogni interferenza politica. La magistratura resta una garanzia essenziale, perché chiamata a esercitare il vaglio di legalità anche sull’azione dei pubblici poteri. Proprio per questo la sua autorevolezza va sottratta tanto all’aggressione della politica quanto all’autodifesa corporativa.

La riforma della Giustizia non è una guerra

Il punto non è indebolire la giurisdizione, ma rafforzarne l’autorevolezza dentro un ordinamento fondato su equilibrio, responsabilità e controllo. La giustizia è uno dei luoghi in cui lo Stato si mostra per ciò che è davvero. Se funziona, protegge libertà, vittime, imputati, imprese, operatori di polizia e comunità. Se non funziona, produce sfiducia, rancore e impunità di fatto. Per questo la riforma non può essere vissuta come una guerra tra politica e toghe.

Tenere insieme indipendenza e responsabilità, autonomia e limite, garanzie ed efficienza è il compito delle classi dirigenti mature.
Il voto referendario ha respinto la riforma dell’ordine giudiziario, ma non ha archiviato il problema democratico della giustizia. Terzietà del giudice, fiducia pubblica, responsabilità, efficienza degli uffici e cultura delle garanzie restano questioni aperte. La separazione delle carriere non andava agitata come vendetta contro la magistratura, ma letta come parte incompiuta della riforma liberale del processo, nella quale chi accusa e chi giudica devono essere distinti perché il giudice deve apparire terzo, oltre a esserlo. Non è una questione di destra.

La contraddizione

Riguarda il cuore del processo accusatorio. È una pagina che parte autorevole della sinistra ha difeso, quando il garantismo era considerato una conquista di civiltà politica e giuridica. E qui emerge la contraddizione del nostro tempo, quella di una sinistra che voleva una giustizia più laica, aperta e rispettosa delle garanzie e che oggi arretra per riflesso politico.

Se la riforma la propongono altri, diventa sospetta. Se il tema lo agita la destra, si preferisce difendere l’esistente, anche quando l’esistente mostra criticità evidenti. Ma le garanzie non cambiano natura a seconda di chi le pronuncia. O sono universali, o non sono garanzie.

Una sinistra che rinuncia al garantismo lascia il campo al giustizialismo, al populismo penale e alla propria subalternità culturale. C’è una percezione popolare che la politica non può ignorare. Molti cittadini pensano che le garanzie vengano invocate per alcuni e meno per l’italiano comune travolto da un processo, per l’imprenditore schiacciato da anni di attesa, per il servitore dello Stato finito in un’indagine, per il cittadino assolto troppo tardi, per la vittima dimenticata dai rinvii.

Questa percezione può essere parziale, ma è reale. La politica può correggerla solo attraverso una cultura delle garanzie rivolta a ogni cittadino, evitando di offrire l’idea di un uso selettivo dei diritti. Il diritto non è un sentimento, ma un limite posto al potere.

Proprio quando il potere pensa di agire per il bene, quel limite diventa necessario. Nessuna funzione pubblica è più alta della Costituzione, che ha natura democratico-liberale e sociale. Riconosce i diritti inviolabili, limita ogni potere e pretende responsabilità da tutte le istituzioni della Repubblica. Nessuna toga, nessuna divisa, nessuna carica elettiva può pretendere fiducia senza responsabilità, trasparenza e controlli, nel rispetto dei limiti legittimi dell’indipendenza della giurisdizione. Separare le carriere, però, non basta.

Una riforma costituzionale non accorcia da sola i processi, non riempie le cancellerie, non digitalizza gli uffici, non restituisce efficienza a un sistema affaticato. Il garantismo non può essere ridotto al solo ordinamento delle carriere. Deve diventare uguaglianza concreta davanti alla giustizia, perché un processo infinito colpisce soprattutto chi non ha mezzi, relazioni e potere. La giustizia italiana ha bisogno di uffici efficienti, di garanzie e funzionamento, di principi liberali e risorse materiali.

Sottrarre alla propaganda la responsabilità dei magistrati

Anche la responsabilità dei magistrati va sottratta alla propaganda. Non deve diventare rivincita contro le toghe, ma non può dissolversi in un circuito che giudica sé stesso e chiede alla società solo deferenza.
La politica avrebbe dovuto evitare di agitare la separazione delle carriere come trofeo politico. La magistratura dovrebbe evitare di leggere ogni riforma come aggressione all’indipendenza. L’autonomia è più forte se accetta il limite e riconosce che la fiducia pubblica non è un privilegio acquisito.

La questione, allora, non è stare con i magistrati o contro i magistrati. È stare con la giustizia. E stare con la giustizia significa sapere che in democrazia nessun potere è senza limite, neppure quando parla in nome della legge. La sinistra dovrebbe saperlo prima di altri, perché le garanzie non sono il rifugio dei colpevoli, ma lo scudo dei cittadini davanti alla forza dello Stato. Voglio ricordare la lezione di Luigi Ferrajoli, il garantismo come legge del più debole, della vittima nel momento del reato, dell’imputato nel momento del processo, del condannato nel momento della pena. Per questo il garantismo non è una prudenza borghese, né una concessione alla destra. È un valore costituzionale. E una sinistra che smette di difenderlo non è più giusta, ma meno libera.


Torna alle notizie in home