L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Il Crocifisso clandestino: Il progressismo che recide la memoria

di Giuseppe Tiani -


A Ivry-sur-Seine, alle porte di Parigi l’11 giugno, il Crocifisso è diventato un problema d’ordine pubblico, quasi il corpo del reato. La vicenda merita satira. Alcuni simboli entrano dalla porta principale, scortati dai cori sulla libertà. Altri vengono fermati all’ingresso, come passeggeri sospetti.

Il criterio non è il sacro, ma la provenienza. Il velo è identità. Il turbante diversità. La kippah memoria. Il burka tema da convegno sui diritti civili, purché nessuno disturbi troppo la dimenticata parità di genere, che in Italia femministe démodé rivendicano secondo idee politiche e status. Il Crocifisso, invece no, ingombra. Perché ricorda la nostra storia, il credo secolare e universale dell’Europa.

Ricordare le radici disturba i seminari ideologici, nonostante abbiano perso l’orientamento. Se resta appeso a un muro, minaccia l’ordine pubblico più di un volantino eversivo. Non è questione di laicità, ma di asimmetria culturale e politica reazionaria. È conformismo della neutralità selettiva, accoglie tutto, tranne ciò che appartiene alla memoria storica e culturale della casa comune. Severissima con le radici, premurosa con ogni altra appartenenza. Un progressismo che recide la memoria non apre al futuro, è prigioniero del presente e lo scambia per avvenire.

Del resto, anche in Parlamento il dibattito è contagiato da nuove e aride forme di conformismo. Si parla di diritti, libertà, inclusione, sicurezza, Europa, identità, ma con parole preconfezionate, come abiti a noleggio per la prima della Scala. Tutti prudenti, corretti, allineati al galateo del momento. E quando compare un simbolo fuori dal lessico autorizzato, scatta il riflesso, rimuovere, sterilizzare, derubricare.
Naturalmente, dopo il Crocifisso tocca al presepe, in Italia la discussione è già stata aperta, in senso involutivo e rozzo. Una capanna, due animali, qualche pastore, e parte l’allarme. Il bue e l’asinello trattati da terroristi. San Giuseppe da estremista silenzioso. I Re Magi da delegazione non autorizzata. Gesù Bambino da sovversivo in fasce.

Per la neutralità ufficiale tutto è ammesso, purché non ricordi troppo chi siamo e da dove veniamo. La laicità non cancella, garantisce, non teme i simboli, perché conosce la libertà. Il laicismo da regolamento condominiale, invece, sogna muri bianchi, anime bianche, memoria bianca.
Una civiltà antichissima sterilizzata, dove perfino il Natale deve presentarsi in borghese. Ma una soluzione c’è. Se proveranno a sottrarci anche i simboli del nostro credo, chiameremo Giuseppe Conte. Non per una consulenza spirituale, s’intende, ma per la sicurezza.

Colgo con piacere che L’identità viene letta, da queste pagine parlo da un anno della sicurezza come infrastruttura repubblicana della libertà. Dopo la sicurezza degli slogan, identitaria e di parte, si è aperta la fase della sicurezza tardiva ma utile come manifesto elettorale. Bene. Si cominci dalla sicurezza pubblica dei simboli sacri, della memoria, della libertà religiosa, della decenza pubblica.
Quanto alle Forze di Polizia, la questione è semplice. I poliziotti e le poliziotte che si riconoscono nel Siap non rinunceranno al padre spirituale, il cappellano. Non rinunceranno al Crocifisso negli uffici. Non rinunceranno a San Michele Arcangelo, protettore della Polizia di Stato.

Perché chi vive la strada e rischia la vita conosce la differenza tra libertà e caricatura della libertà. E sa che il Paese non diventa più laico se caccia il Crocifisso e processa il presepe. Diventa solo più piccolo. E infinitamente più ridicolo.


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