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Sicurezza

La linea del SIAP sulla riforma della sicurezza pubblica: “No alla Guardia Nazionale, investire sugli organici esistenti”

di Ada Novembre -


Il dibattito intorno al futuro del comparto sicurezza in Italia torna a infiammarsi di fronte a ipotesi di riorganizzazione strutturale che rischiano di incrinare equilibri storici consolidati. La proposta di introdurre una Guardia Nazionale ha sollevato un’immediata reazione da parte dei sindacati di categoria, determinati a difendere la natura civile e democratica delle istituzioni deputate al controllo del territorio. La presa di posizione mette in luce la distanza tra le suggestioni della politica e le reali necessità operative di chi garantisce l’ordine pubblico ogni giorno.

La critica all’ipotesi di un nuovo corpo non si limita a considerazioni di carattere puramente burocratico o gestionale, ma tocca le radici stesse dell’ordinamento repubblicano.

Il primato costituzionale e il valore della Legge 121

Secondo la rappresentanza sindacale della Polizia di Stato, l’architettura attuale non ha bisogno di essere sostituita da modelli esogeni o da nuove sigle sperimentali. L’ipotesi di una Guardia nazionale non può essere liquidata come una questione organizzativa o terminologica. In materia di sicurezza pubblica le parole pesano, specie se evocano modelli, culture istituzionali e memorie storiche inquietanti. La Repubblica, nata dalla Costituzione e dalla Resistenza, deve avere piena consapevolezza della propria storia. Lo dichiara Giuseppe Tiani, Segretario Generale del SIAP.

Il focus del discorso sindacale si sposta quindi sulla necessità di valorizzare l’impianto normativo vigente, escludendo interventi che rischiano di disorientare il sistema. Il Segretario Generale ha infatti specificato che la sicurezza democratica del Paese non ha bisogno di scorciatoie né di formule suggestive. Ha bisogno di rafforzare ciò che l’ordinamento già prevede, la Polizia di Stato, le Forze di polizia, il coordinamento delle Autorità di pubblica sicurezza, la responsabilità del Ministro dell’Interno, del Capo della Polizia-Direttore Generale della P.S., dei Prefetti e dei Questori, secondo l’architettura delineata dalla legge 1° aprile 1981, n. 121.

La difesa di quella specifica stagione normativa rappresenta un punto fermo della linea editoriale sindacale, poiché ha sancito il definitivo distacco da modelli del passato. In merito alla portata storica di quel passaggio, il leader del SIAP ha proseguito il suo ragionamento con parole inequivocabili:

“Quella riforma – prosegue Tiani – non è un dettaglio, ma uno dei passaggi fondamentali della democratizzazione della sicurezza pubblica nel nostro Paese. Ha separato la sicurezza da ogni logica autoritaria, militare o di partito, collocandola dentro lo Stato liberale, al servizio dei cittadini, delle libertà e della legalità.”

Il richiamo alla storia e i rischi di sovrapposizione istituzionale

Un’analisi attenta della proposta mette in evidenza i pericoli legati a una scarsa sensibilità linguistica e storica. La scelta dei termini, nell’ambito delle istituzioni di garanzia, porta con sé un carico simbolico che non può essere ignorato. Evocare determinati modelli rischia di riaprire ferite del passato e di generare un pericoloso parallelismo concettuale.

L’allarme lanciato dal sindacato è chiaro ed esprime una profonda preoccupazione per la tenuta del modello civile. Per questo – aggiunge il Segretario del Siap – evocare una Guardia nazionale è culturalmente e politicamente antistorico e infelice. Non perché ogni proposta debba essere respinta, ma nella storia italiana quella denominazione richiama pagine che non possono essere trattate con leggerezza. Nel 1943, nel contesto della Repubblica Sociale Italiana, nacque la Guardia Nazionale Repubblicana, con compiti di polizia interna e militare. Nessuno può fare parallelismi sommari con l’oggi, ma nessuno può nemmeno fingere che certe parole siano neutre.

Le parole di Tiani individuano nella confusione dei ruoli il principale elemento di debolezza dei progetti di riforma che guardano a modelli militarizzati. Il Segretario Generale ha espresso la massima fermezza su questo punto specifico:

“Se il Governo ritiene che il Paese abbia bisogno di maggiore sicurezza, allora investa sulle donne e sugli uomini che già la garantiscono. Servono organici, formazione, mezzi, tecnologie, contratti dignitosi, tutela psicofisica, valorizzazione delle professionalità e pieno riconoscimento del lavoro di polizia. Non servono contenitori nominalistici né formule che rischiano di confondere la difesa militare con la sicurezza pubblica.”

La richiesta di risorse contro le derive propagandistiche

La conclusione dell’analisi sindacale si traduce in un severo monito alla politica, esortata ad abbandonare le formule d’effetto per concentrarsi sulle carenze strutturali che affliggono i corpi di polizia esistenti. La vera efficienza non si costruisce moltiplicando gli apparati, ma sostenendo con stanziamenti adeguati le strutture che già operano sul territorio.

La distinzione tra i compiti di difesa esterna e quelli di ordine pubblico interno costituisce la vera colonna vertebrale dello Stato di diritto. La sicurezza – sottolinea Tiani – non si costruisce inventando sigle. Si costruisce rafforzando la Polizia di Stato e l’intero sistema delle Forze di polizia, rispettando la distinzione tra difesa esterna, sicurezza interna, ordine pubblico e prevenzione. Ogni confusione tra questi piani rischia di indebolire il modello costituzionale.

La linea del SIAP rimane dunque improntata alla massima fermezza nella tutela delle conquiste democratiche del comparto, rigettando ogni ipotesi di militarizzazione della gestione civile della sicurezza pubblica. La posizione finale espressa dal Segretario Generale sintetizza la necessità di investimenti reali a fronte di proposte giudicate puramente superficiali:

“Il SIAP non difenderà con determinazione, il principio democratico nato dal conflitto sociale del secondo Novecento, la sicurezza pubblica smilitarizzata che deve restare funzione civile, democratica, costituzionalmente orientata, affidata a istituzioni riconoscibili, responsabili e sottoposte a regole chiare. La domanda che la politica dovrebbe porsi non è come chiamare un nuovo corpo, ma perché quelli esistenti siano spesso lasciati con organici insufficienti, risorse inadeguate e responsabilità crescenti.”

Nelle battute finali della sua dichiarazione, l’appello si trasforma in una netta distinzione tra le reali necessità del Paese e le risposte d’emergenza dettate dalla comunicazione politica. Il Paese – conclude Tiani – non ha bisogno di nostalgia lessicale né di suggestioni emergenziali. Ha bisogno di Stato. E lo Stato, nella sicurezza pubblica, si rafforza investendo sul personale della Polizia di Stato, delle Forze di polizia, sulla legge 121 del 1981 e sull’equilibrio democratico che essa rappresenta. Tutto il resto rischia di essere propaganda che, in tema di sicurezza, non protegge i cittadini, ma erode il processo democratico della nostra evoluzione sociale, politica e istituzionale.”


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