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Esteri

Trump attacca con l’IA, Teheran risponde con Lego e murales

La guerra a colpi di parole e immagini continua anche quando le bombe, i missili e i droni si fermano

di Ernesto Ferrante -


Tra Iran e Stati Uniti si combatte una guerra nella guerra. Un conflitto simbolico che non concede tregua, nemmeno quando i bombardamenti si interrompono o ripartono. Donald Trump ha rilanciato a più riprese la sua offensiva digitale con una serie di post generati dall’intelligenza artificiale. Navi dei Pasdaran distrutte, un massiccio attacco di jet americani sull’isola di Kharg, scenari sintetici che amplificano la potenza statunitense e trasformano la propaganda in un’arma psicologica. Le immagini, diffuse mentre gli Stati Uniti confermavano un nuovo raid contro infrastrutture iraniane, sono parte di una strategia muscolare che punta a costruire una realtà parallela dove la superiorità americana è già scritta e mostrata al mondo.

Lo scambio di bombe comunicative tra le due parti

Teheran ha risposto puntualmente, e con un linguaggio sorprendente. L’agenzia Mehr ha pubblicato un video creato dall’intelligenza artificiale, ma con protagonisti dei Lego. Nel filmato, un soldato americano di plastica striscia fuori da un elicottero precipitato, stremato dal caldo torrido. Poi compare un militare iraniano, sempre Lego, che sorseggia tè con aria indifferente. La didascalia è un colpo di frusta: “Troppo caldo per te, debole. Torna al tuo condizionatore. Mehr ha rincarato la dose: “L’isola di Kharg è troppo calda per chi non è dell’isola, tornate alla vostra isola. La guerra miniaturizzata, infantilizzata, trasformata in un gioco di costruzioni. Un modo semplice e sofisticato allo stesso tempo per ridicolizzare la grandezza americana e rafforzare la narrativa della resistenza iraniana.

I murales nella capitale dell’Iran

Ma la replica più brutale è quella affidata ai muri di Teheran. In Piazza Enghelab è comparso un duro murale. Il tycoon è avvolto dentro una bara avvolta nella bandiera degli Stati Uniti, accompagnato dalla scritta “uccidiamo Trump”. La vendetta che invoca l’ala più radicale del regime per l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei.

In Piazza Palestina, cuore simbolico della retorica anti-occidentale, sono apparsi altri murales che raffigurano la Casa Bianca avvolta dalle fiamme, le bare coperte dalla bandiera americana con i volti di Trump e dei suoi collaboratori e lo slogan “Sangue per sangue, occhio per occhio”. Una dichiarazione di ostilità totale, scolpita su un’intera facciata.

Accanto alla furia iconografica, compaiono anche slogan religiosi: “Fino alla vetta senza fermarsi” e “Una persona come me non presterà mai giuramento di fedeltà a uno come lui”, attribuita all’Imam Hussein. È la fusione tra guerra politica e immaginario sacro, un modo per sacralizzare la resistenza e trasformare la comunicazione in un atto di fede.

Le minacce di Trump e la promessa di vendetta di Teheran

Quando i droni e missili si fermano, la guerra continua anche altrove. Nei post del presidente statunitense, nei Lego iraniani, nei murales che trasformano la capitale della Repubblica islamica dell’Iran in un mausoleo di vendetta. È un conflitto parallelo, dove ogni immagine è un proiettile e ogni slogan un missile. Una battaglia che non conosce tregua, perché non ha bisogno di polvere da sparo.


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