La pace armata e la città disarmata
Gli investimenti in Difesa crescono del 32,5 per cento in un anno, arrivano a 8,34 miliardi nel 2025 e si accompagnano a ulteriori risorse pluriennali, mentre sullo sfondo si apre anche la cornice europea del Safe. Numeri seri, per il tempo delle guerre, crisi geopolitiche e cambio di strategia degli Stati Uniti obbligando l’Europa a investire, ma l’Italia deve restare pacifista.
Tutto comprensibile, ma resta un piccolo mistero. Quando si parla di sicurezza pubblica, specificità, poliziotti e Questori che ogni giorno reggono l’ordine civile, i soldi diventano timidi, prudenti, irreperibili, slogan e chiacchiere a parte. Ma al di là di tutto, il pacifismo non è l’arte di farsi trovare disarmati quando il mondo si arma. È la fatica di costruire politiche di pace con istituzioni credibili, alleanze solide, industria, energia, ricerca, tecnologia e capacità di difesa.
L’Europa ha scoperto la guerra quando la guerra bussava alla porta. Il problema nasce quando il ruolo della Difesa, in una fase critica, diventa passe-partout per ogni porta dello Stato. Appena si parla di spesa militare, ecco che si trasferiscono lessico, immaginario e modelli militari dentro la sicurezza interna. Difesa integrata del territorio. Guardia nazionale. Quadranti urbani.
Un quadro che non rassicura, specie quando l’ex generale Vannacci aveva già evocato, sul caso Rogoredo, l’impiego di militari e squadre di paracadutisti per “rastrellare l’area” e “bonificarla”, indicando la modalità come corretto impiego dell’esercito in supporto alle forze di polizia. Mancano solo il plastico, la tromba e il Ministro della Difesa a cavallo. È il vecchio vizio italico.
Non si riforma e non si interviene nelle disfunzioni e sovrapposizioni, nonostante creino inefficienza e spesa allo Stato, quindi lo si traveste. La città diventa teatro operativo. Il quartiere un quadrante militare. Il cittadino bersaglio statistico. Il disagio sociale area da rastrellare. Poi le opposizioni, prese dal loro caos confliggente e in cerca di una via nel deserto, grideranno al fascismo in ritardo, quando la Repubblica assomiglierà meno alla Costituzione e più a una esercitazione NATO fatta male.
La Difesa difenda i confini, le alleanze, l’interesse nazionale e la libertà europea. La sicurezza pubblica deve restare affare civile, democratico, costituzionale. Ha già il suo modello e rammento che, fianco a fianco con la magistratura, ha sconfitto terrorismo e mafia storica, dimostrando sul campo che il modello civile non è debolezza, ma affidabilità dell’azione nei momenti più bui e critici della Repubblica. Si chiama legge 121 del 1981.
Si chiama Ministro dell’Interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza, Polizia di Stato civile e democratica. Si chiamano Autorità provinciali e locali di pubblica sicurezza, Prefetti, Questori e dirigenti dei commissariati di PS distaccati, coordinamento, prevenzione, controllo del territorio, magistratura, Parlamento, quindi democrazia, non rigurgiti culturali e politici di autoritarismo in divisa. Il soldato è necessario quando serve il soldato. Il poliziotto è necessario ogni giorno, perché la sicurezza interna non è guerra a bassa intensità. È presenza dello Stato tra cittadini liberi. Il Picchio crede nell’Europa pacifista ma capace di difendersi. Non vuole una Repubblica che, per sentirsi più sicura, parli come una caserma in libera uscita.
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