Il trasformismo renziano, la panacea dei problemi dei palazzi del potere
Matteo Renzi è tornato a fare quello che gli riesce meglio, presentarsi come l’unica salvezza, il taumaturgo dei riformisti, l’uomo solo al comando in grado di curare i mali della politica italiana. Leggendo le sue ultime sortite sul Foglio, l’ex premier sembra voler indossare i panni del salvatore della patria.
Ma, a guardare bene oltre la retorica, sorge un dubbio legittimo: siamo di fronte a un riformista o, più semplicemente, a una nuova declinazione del trasformismo, quell’arte antica che i puritani di turno rispolverano immancabilmente quando si profila all’orizzonte la possibilità di riacciuffare un briciolo di potere?
La scena politica offre uno spettacolo grottesco, con il campo largo che si dilania tra chi vorrebbe imbarcare Renzi e chi ne teme l’ingombrante presenza. È una divisione che fa sorridere chi, con qualche capello bianco in più, ha già visto tutto e ha fatto il callo alle giravolte di chi giura fedeltà ai principi salvo poi piegarli alla convenienza del momento.
La verità è che Renzi, in questo scenario, rischia di essere il miglior alleato della destra. Il suo eventuale ingresso nell’alleanza di centrosinistra sarebbe il colpo di grazia per ogni speranza di cambiamento reale. Quei tanti elettori che ancora credevano in un’alternativa si troverebbero davanti all’evidenza plastica che, con certi personaggi, la musica non cambia mai. L’impossibilità di una rottura col passato diventa palese nel momento in cui la politica di Palazzo si riappropria dei suoi vecchi arnesi.
Il vero bersaglio di Renzi è il Quirinale
Anche le critiche di Renzi al governo Meloni, focalizzate sul presunto assalto della premier al Quirinale per fini personali, suonano come la solita manovra di retroguardia. Dietro l’indignazione per una Presidenza della Repubblica che non sarebbe al di sopra delle parti, si nasconde in realtà la nostalgia per quella politica di Palazzo che ha sempre sperato in un Colle pronto a richiamare governi tecnici per espropriare, di fatto, la sovranità popolare.
Il timore di Renzi non è la difesa delle istituzioni, ma la paura di un inquilino del Quirinale che non sia ostile a una destra che continua a governare. Un presidente, insomma, che non sia l’arbitro che serve a bloccare le scelte del Paese.
Bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere, una volta per tutte, che il Presidente della Repubblica non è un monarca che siede sul trono per unzione Divina, ma il prodotto di manovre parlamentari e segreterie di partito. È una scelta politica.
Meloni, nel suo disegno di stabilizzazione del sistema è più coerente di chi si trincera dietro il mito della Costituzione più bella del mondo per non cambiare nulla.
Renzi non cerca il bene del Paese. Il suo obiettivo è perpetuare uno status quo in cui la sua piccola formazione possa continuare a giocare il ruolo dell’ago della bilancia, determinando le sorti del governo in barba alla volontà espressa dagli elettori. Il dato davvero desolante, però, non è l’ambizione del singolo, ma il fatto che a una buona parte del campo largo, che si vanta di essere, per quanto nefasto, almeno un cambiamento; sembri non importare affatto. Pur di galleggiare, sono pronti ad accettare chiunque. Anche Renzi.
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