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Salute

L’UE sta favorendo – suo malgrado – il mercato illegale del fumo?

di Gaetano Masciullo -


Il 3 Giugno 2026, la KPMG – una delle quattro più grandi società al mondo che fanno revisione contabile, consulenza e servizi fiscali per aziende e governi – ha pubblicato un rapporto volto a valutare le dimensioni e l’evoluzione del mercato illecito di sigarette, tabacco riscaldato e prodotti orali a base di nicotina in Europa.

Il rapporto mostra come le politiche fiscali e regolatorie dell’UE abbiano finito per favorire indirettamente il mercato illecito del tabacco, stimando il consumo di prodotti di contrabbando e la perdita di gettito fiscale in 30 Paesi europei attraverso analisi di vendite, flussi di viaggio e indagini forensi sui pacchetti contraffatti.

Mercato legale in calo, contrabbando in crescita

Dal rapporto emergono cinque dati preoccupanti. Primo, mentre il mercato legale diminuisce il traffico illecito cresce. Secondo Bruxelles, dal 2012 i fumatori sarebbero diminuiti dal 28% al 24% e anche i decessi legati al tabacco sarebbero calati. Tuttavia, dal momento che il fumo rimane un’abitudine radicata per milioni di persone, la diminuzione delle vendite legali non implica necessariamente una diminuzione dei consumi reali. Infatti, i nuovi dati mostrano che, se il mercato legale si contrae, il commercio illecito continua a crescere. Ciò suggerisce che una parte dei consumatori non smette di acquistare prodotti a base di tabacco e nicotina, ma semplicemente si rivolge a canali alternativi, illegali e potenzialmente più pericolosi.

Secondo, i maggiori mercati illeciti si trovano nei Paesi con politiche più restrittive. Quando il prezzo legale aumenta molto a causa della fiscalità, il guadagno potenziale per contrabbandieri e contraffattori cresce di conseguenza. Le restrizioni finiscono così per creare un incentivo economico sempre più forte all’attività criminale. Proprio ciò che i legislatori sostengono di voler contenere o contrastare. La Francia, pur vantando uno dei mercati del tabacco più regolamentati e con i prezzi più alti d’Europa, detiene anche il primato del contrabbando: oltre il 41% dei consumi proviene dal mercato illegale.

Terzo, il proibizionismo non cancella la domanda. Alcuni Paesi hanno scelto di vietare determinati prodotti contenenti nicotina. Per esempio, in Olanda, in Belgio e in certa misura anche in Germania, è vietata la vendita al dettaglio di nicotine pouches, ovvero le bustine di nicotina senza tabacco. Tuttavia, proprio in questi Paesi i consumatori continuano a cercare tali prodotti. Il mercato così finisce per riorganizzarsi per vie traverse e soddisfare la domanda attraverso prodotti contraffatti.

Il caso Svezia citato dal Parlamento europeo

Curiosamente, lo scorso 31 Maggio, il Parlamento europeo aveva pubblicato un post su X in occasione del “World No Tobacco Day” dove si legge: “1 fumatore su 2 muore prematuramente, perdendo in media 14 anni di vita. Il 24% delle persone nell’UE fuma. Le norme UE sul tabacco stanno contribuendo a ridurre il fumo e a prevenire i decessi”.

Nel grafico allegato al tweet, il posto più basso (cioè quello con minore tasso di fumatori) è occupato dalla Svezia, ormai sotto la soglia del 5% di fumatori, cioè tecnicamente “senza fumo” secondo i criteri UE.

Peccato che la Svezia abbia raggiunto questo risultato non tramite proibizionismo e tasse sempre più alte, ma permettendo ai fumatori di passare a prodotti alternativi considerati meno dannosi, come snus e nicotine pouches. In altre parole: invece di combattere il consumo in quanto tale, ha favorito che il mercato – non la criminalità – spingesse verso un cambiamento meno dannoso per la salute dello stesso tipo di consumo.

Il risultato? Meno malattie e meno morti in Svezia rispetto alla media europea. Questo dato dovrebbe aprire un dibattito serio a Bruxelles, ma a quanto pare gli eurocrati preferiscono dettare una narrativa opposta, nonostante le evidenze messe da essi stessi sotto gli occhi di tutti, e continuare a trattare questi prodotti alternativi come se fossero equivalenti delle sigarette tradizionali.

La criminalità organizzata si adatta alle nuove restrizioni

Quarto, la criminalità organizzata si adatta molto rapidamente e facilmente alle nuove restrizioni. Una sigaretta che costa pochi centesimi per essere prodotta ma viene venduta legalmente a molti euro rappresenta un’opportunità economica straordinaria per chi riesce a sottrarsi alle imposte. Se diventa più difficile importare prodotti dall’estero, ecco che aumenta la produzione clandestina all’interno della stessa Unione Europea con fabbriche illegali. Se vengono introdotti nuovi controlli, ecco che vengono sviluppati sistemi più sofisticati per aggirarli. La repressione, quindi, modifica le modalità del traffico illecito, ma non la sua esistenza. Il rapporto parla di un vero e proprio structural shift (“cambiamento strutturale”). Le reti criminali, inoltre, diventano più frammentate e difficili da individuare.

Quinto, i Paesi che hanno ottenuto risultati migliori contro il commercio malavitoso sono quelli che hanno adottato politiche fiscali più elastiche, come Grecia e Ucraina. In particolare, la Grecia ha mostrato uno dei cali annuali più consistenti in Europa, scendendo a una quota del mercato illegale del 14,1%. 

Il conflitto di interessi con Philip Morris e l’obiezione “genetica”

Già sembra di udire l’obiezione dei socialisti: il rapporto è stato commissionato da Philip Morris, nota industria internazionale del tabacco, dunque è un rapporto inutile, perché di parte e interessato a defiscalizzare.

Anche ammettendo un conflitto di interessi, resta da spiegare perché i mercati con le tasse più alte e le restrizioni più severe presentano effettivamente le quote più elevate di commercio illegale. Se il rapporto è sbagliato, bisogna mostrare quali dati sono falsi e quali passaggi metodologici sono errati: non basta colpevolizzare chi ha finanziato la ricerca. In termini logici, sarebbe una forma di argomento “genetico” (genetic fallacy, come dicono gli inglesi), ovvero condannare una conclusione solo in base alla sua origine, ignorando bellamente prove e argomenti addotti.

Ammettiamo però che la ricerca finanziata da Philip Morris esageri del 20%. Anche in tale ipotesi, fenomeni come la quota enorme di mercato nero francese e la proliferazione di fabbriche clandestine nell’UE resterebbero fenomeni ben difficili da ignorare. Inoltre, bisogna sottolineare come KPMG abbia condotto un’analisi in maniera indipendente e perciò le conclusioni avanzate nel rapporto non necessariamente rappresentano le opinioni di Philip Morris.

Il rapporto resta, dunque, una fonte importante, che deve certamente sollevare interrogativi e invitare ad ulteriori ricerche, analisi e confronti con studi accademici indipendenti.

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