Basta nominati, l’Italia ha bisogno di eletti non di vassalli
Da oltre vent’anni il sistema democratico italiano vive un paradosso inaccettabile con i parlamentari che sono scelti dalle segreterie di partito invece che dal popolo sovrano. Mentre dal livello comunale fino a quello regionale la preferenza è la bussola del consenso, e addirittura in Europa si torni alla preferenza, il Parlamento è diventata un intreccio di corti di nominati.
È arrivato il momento di chiudere questa stagione dell’arbitrio assoluto delle segrete stanze nella composizione delle liste. Sebbene il sistema del collegio uninominale resti, a mio avviso, il pilastro più solido per garantire un legame diretto tra territorio ed eletto, sul modello delle democrazie più mature come quella britannica, dove il leader che perde il proprio collegio deve dimettersi, riconoscendo la preminenza del mandato popolare, la realtà politica italiana impone un immediato ritorno alle preferenze, visto il corrente contesto attuale. Anche nella prima Repubblica contava chi veniva eletto in Parlamento. Le elezioni erano il vero congresso.
La scusa della stabilità governativa non può più coprire il vuoto di legittimazione della classe politica contemporanea. Abbiamo trasformato i partiti, un tempo fucine di pensiero e dialettica interna, in strutture leaderistiche, ingessate e prive di correnti. Oggi, la selezione parlamentare è frutto dell’arbitrio di pochi. Questo non è solo un limite etico, è una ferita aperta alla Costituzione. La stessa Corte Costituzionale ha avvertito che liste bloccate troppo lunghe svuotano il diritto dell’elettore di scegliere, rendendo il voto consapevole un’utopica chimera.
Reintrodurre la preferenza significa restituire dignità al cittadino e costringere i partiti ad aprirsi. Senza la capacità di misurarsi col consenso diretto, i partiti diventano gusci vuoti, con segreteria più intente a blindare le proprie posizioni di potere invece di coltivare il merito. In un momento in cui le forze politiche tendono a chiudersi a riccio di fronte agli insuccessi, la preferenza agirebbe come uno stimolatore permanente e come una costante selezione naturale capace di far emergere chi davvero vive il territorio e la politica come rapporto diretto con l’elettore, non come cooptazione.
Siamo una Repubblica che, sulla carta, dovrebbe essere dei partiti, ma che nei fatti è diventata una Repubblica dei nominati. Perché i partiti non sono più partiti come un tempo. La maggior parte non fanno i congressi e quando li fanno sono più o meno farlocchi. Non ci sono correnti, dibattiti interni, ripartizioni basate anche sulla presenza di varie anime. Questa non è più neanche una repubblica dei partiti, è una repubblica di deludenti associazioni private autoreferenziali. È tempo di trasformarla, con coraggio, in una vera Repubblica degli eletti. Perché se la democrazia non è scelta, diventa soltanto un passaggio formale svuotato di qualunque autorevolezza.
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