Tabacco: nuova stretta di Bruxelles tra paternalismo e protezionismo
La revisione della Tobacco Products Directive vorrebbe equiparare i rischi per la salute dei prodotti alternativi a quelli delle sigarette tradizionali, per incrementare le restrizioni e i divieti sui primi, nonostante evidenze scientifiche e implicazioni economiche differenti.
A riaccendere il dibattito sono state alcune recenti dichiarazioni del commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi, il quale, alla Conferenza annuale di Euractiv si è lasciato andare a dichiarazioni di dubbia attendibilità scientifica. “Da quanto emerge dalla valutazione, risulta confermato che questi nuovi prodotti stanno causando lo stesso livello di danni dei prodotti tradizionali a base di tabacco”, ha detto.
Ma andiamo con ordine. La Tobacco Products Directive (TPD) è la direttiva dell’Unione Europea che disciplina produzione, presentazione e vendita dei prodotti del tabacco e prodotti affini (come e-cig e prodotti a base di erbe per il fumo). La legge, risalente al 2014 ma rinnovata nel 2016, stabilisce norme comuni per tutti i Paesi membri su questioni come gli ingredienti e gli additivi che possono essere usati nei prodotti; le avvertenze sanitarie obbligatorie che devono coprire il 65% di entrambi i lati dei pacchetti; il divieto di aggiungere aromi per alcuni prodotti specifici; requisiti di “sicurezza”; tracciabilità e misure anti-contrabbando; possibilità per gli Stati membri di vietare la vendita online di tabacco ed e-cig; e simili.
Questa e altre politiche affini si inseriscono nell’agenda UE per una “generazione libera dal tabacco entro il 2040”. Questa legge adesso è in fase di “revisione”, perché il mercato della nicotina sta cambiando rapidamente e notevolmente, con l’introduzione di nuove tecnologie e di nuovi prodotti. Di conseguenza, queste norme non sarebbero più “adeguate”.
Secondo un rapporto pubblicato dalla stessa Commissione Europea, “dal 2012, i tassi di fumo nell’UE sono scesi dal 28% al 24% della popolazione, con un calo ancora più marcato tra i giovani. Anche i decessi legati al tabacco sono diminuiti in modo significativo, riflettendo l’impatto positivo di norme più severe sulla regolamentazione dei prodotti, sui divieti pubblicitari e sulle avvertenze sanitarie. La valutazione conferma inoltre che le regole armonizzate dell’UE hanno migliorato il funzionamento del mercato interno.”
Quindi, perché fermarsi? Dal momento che, si legge, i prodotti alternativi “stanno trascinando una nuova generazione nella dipendenza, soprattutto attraverso design accattivanti e marketing online occulto”, il quadro normativo dovrebbe essere aggiornato nel 2026 per essere più stringente verso le nuove tecnologie del tabacco.
Tuttavia, ci sono alcuni punti critici della narrativa di Bruxelles che andrebbero esaminati con molta attenzione e cautela. Primo, come fa la Commissione europea a dimostrare che l’asserita diminuzione di uso del fumo e delle morti da fumo sia causata dall’entrata in vigore della TDP? La concomitanza temporale non è per se stessa sufficiente a dimostrarlo.
Per farlo, bisognerebbe accertare diversi elementi. Non basterebbe confrontare le stesse percentuali prima e dopo l’entrata in vigore della direttiva tra Paesi dell’UE, ma anche tra Paesi simili non soggetti alla direttiva, quali per esempio il Regno Unito, la Svizzera o la Norvegia. Bisognerebbe poi verificare se il trend cambia significativamente ed esattamente dopo l’introduzione della TDP, creando un break strutturale.
Bisognerebbe, infine, escludere le altre possibili cause, come per esempio l’introduzione di nuove tecnologie – largamente innovative sul mercato per ammissione degli stessi eurocrati – oppure cambiamenti nelle politiche fiscali dei singoli Paesi (vedasi l’aumento delle accise), o ancora l’esistenza di trend a livello internazionale.
Ancora, nel caso in cui tale calo sia causato dal proibizionismo, bisognerebbe dimostrare l’efficacia della normativa introdotta, dimostrando che altri problemi collaterali non siano in aumento, come il contrabbando di tabacco in contesti di malavita e la messa a disposizione di sostanze ben più pericolose del fumo tradizionale; oppure un grave danneggiamento della filiera agricola, che vede (anche) nel tabacco una risorsa preziosa.
In effetti, le statistiche parlano chiaro. Il trend in calo è generalizzato, anzi più marcato nei Paesi nordici, ma le cause sono le più disparate: dal proibizionismo estremo norvegese e britannico alle campagne di sensibilizzazione anti-fumo della Svizzera, fino ad arrivare all’uso generalizzato di prodotti alternativi come in Svezia, o addirittura alle nuove sensibilità culturali causate dall’immigrazione massiva.
Si consideri proprio il caso particolare ma eloquente della Svezia. Unico Paese europeo autorizzato a produrre e consumare snus, ha il tasso di fumatori più basso dell’UE, nonostante un consumo totale di tabacco superiore alla media europea dovuto proprio allo snus. Ci si aspetterebbe, secondo la narrativa europea, un peso sanitario eccessivo, ma accade esattamente l’opposto: la Svezia registra il minor impatto sanitario da malattie correlate al tabacco nell’UE. Ne consegue che il proibizionismo non favorisce di necessità una popolazione più sana: al contrario, ostacola la transizione spontanea verso prodotti meno dannosi e può persino aggravare la situazione sul lungo termine.
E poi si consideri che, da decenni ormai, l’Unione Europea applica uno strano doppio standard: tollera le sigarette tradizionali, ma ostacola i prodotti alternativi. Come spiegato altrove, questa apparente incoerenza non nasce da motivi sanitari, ma dal desiderio di proteggere il gettito fiscale derivante dal tabacco combustibile. Se da un lato le sigarette tradizionali non sono vietate in nessun Paese europeo, pur essendo pesantemente tassate e regolamentate, dall’altro lato i prodotti alternativi (e-cig, buste di nicotina, tabacco riscaldato) subiscono invece divieti e restrizioni molto più severe.
Non dimentichiamo, infatti, che il tabacco è monopolio di Stato e le accise sono tra le principali fonti di entrate fiscali. Una reale riduzione del fumo combusto farebbe crollare il gettito, creando un evidente conflitto di interessi tra salute pubblica e fisco. Questo fatto diviene ancora più evidente quando si scopre che le spinte restrittive provengono in larga parte da grandi gruppi di controllo del tabacco e da organizzazioni di salute pubblica, come mostrato già da uno studio del 2021.
A ciò si aggiunga che, nonostante il preteso sostegno scientifico, la narrativa offertaci da Várhelyi si fonda su una serie di equivoci o addirittura falsità. Diversi studi indipendenti e peer-reviewed degli ultimi anni hanno dimostrato che gli utenti di tabacco riscaldato mostrano – rispetto ai fumatori tradizionali – dei livelli significativamente inferiori di biomarcatori di infiammazione e stress ossidativo, oltre che migliore funzione polmonare; con generali effetti negativi nettamente inferiori rispetto al fumo combusto, anche a livello cardiovascolare.
Tutto ciò nella consapevolezza scientifica che riduzione del danno non significa assenza di danno. Questa consapevolezza però è un principio che guida già numerose politiche considerate ragionevoli e proporzionate. Si pensi, per esempio, alle cinture di sicurezza, che vengono perfezionate e imposte proprio con questa logica. Queste non eliminano il rischio di morte negli incidenti stradali, ma ne riducono significativamente la probabilità e la gravità. Pretendere, invece, nel caso del fumo, un criterio assoluto di innocuità prima di riconoscere la differenza tra combustione e alternative a rischio ridotto significa abbandonare il terreno della sanità pubblica per entrare in quello dell’ideologia proibizionista.
La revisione della TPD è puro paternalismo, fondato sul bisogno di tutelare il gettito e le burocrazie, e non su un’autentica e indipendente analisi dei dati. L’equiparazione di prodotti con rischi molto diversi non regge, e per di più impedisce scelte informate di riduzione del danno.
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