L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Lo scontro sullo ius soli scuote Washington. Trump tra due fuochi

Il tema è diventato un terreno scivoloso per i repubblicani nei distretti in cui è più forte il peso elettorale dei latinos

di Mauro Trieste -


La sentenza della Corte Suprema Usa che ha frenato il tentativo del presidente Donald Trump di abolire lo ius soli automatico per i figli degli immigrati irregolari o con visti temporanei ha avuto una vasta eco in tutto il mondo. Da Washington è arrivata infatti la conferma della validità del 14° Emendamento, in vigore dal 1868, pilastro identitario della cittadinanza per nascita negli Stati Uniti e tratto distintivo di gran parte dell’Occidente.

La posizione della destra trumpiana

La destra americana, però, non ha alcuna intenzione di arrendersi. Il cuore della sua battaglia resta l’interpretazione “originalista” dell’Emendamento che funge da architrave. Secondo questa lettura, la norma sarebbe nata come misura riparatoria per gli ex schiavi dopo la Guerra Civile, non come garanzia universale. La formula “soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti”, sostengono i conservatori, richiederebbe una piena fedeltà politica, escludendo i figli di stranieri temporaneamente presenti. Il tycoon ha reagito con sarcasmo alla stangata dei giudici, congratulandosi ironicamente con il presidente Xi Jinping e “con il grande Paese della Cina per la loro enorme vittoria sullo ius soli” e denunciando una giurisprudenza che a suo dire favorirebbe gli stranieri.

L’affondo di Vance

Ma la risposta politica interna è tutt’altro che compatta. Tra le voci più dure contro la sentenza spicca quella del vicepresidente JD Vance, che ha definito il verdetto “atroce” e “assurdo”. In un’intervista televisiva con “The Ingraham Angle” su Fox News, il possibile erede di Trump ha avvertito che la decisione potrebbe incentivare un aumento dei cosiddetti birth tourists, persone che arrivano negli Stati Uniti per partorire e ottenere la cittadinanza per i figli. Vance, pur rispettando formalmente la Corte, ha parlato di “errore gravissimo”, manifestando la volontà di mantenere alta la pressione sul tema.

Il sospiro di sollievo dei vescovi americani

Di segno opposto, ma altrettanto rilevante, è la posizione dei vescovi cattolici statunitensi. Il presidente della Conferenza episcopale, Paul S. Coakley, ha accolto con “sollievo” la il verdetto della Corte, ricordando che “i bambini non commettono alcuna colpa nel nascere negli Stati Uniti”. In un’intervista ad Avvenire ha sottolineato come il decreto di Trump avrebbe rischiato di creare apolidi, negando “l’eguale valore di chi nasce nella nostra comunità”. Coakley ha inoltre criticato la narrazione che dipinge i migranti come un problema, ricordando il contributo storico delle generazioni di immigrati alla crescita del Paese. Sul rapporto con il capo della Casa Bianca, il presidente dei vescovi ha ribadito l’intenzione di “costruire ponti” e mantenere un canale di dialogo con l’amministrazione.

Lo ius soli nel mondo

La geografia dello ius soli conferma la peculiarità statunitense. Attualmente solo 33 Paesi mantengono una cittadinanza per nascita incondizionata, e sono concentrati quasi esclusivamente nelle Americhe. Al di fuori del continente, tale principio sopravvive solo in rare eccezioni come Pakistan, Fiji e Tuvalu. Negli ultimi decenni, però, la tendenza globale è stata quella di restringere il diritto di nascita per contenere l’immigrazione irregolare, con dietrofront significativi in Regno Unito, India, Australia e misure drastiche in Francia, Repubblica Dominicana e Cile.

La strada rischiosa di una legge ad hoc

Trump, dopo la sentenza sfavorevole, ha rilanciato: “Possiamo rimediare facilmente al Congresso attraverso una legge”. Un appello diretto ai repubblicani affinché sostengano uno dei suoi piani più simbolici in materia di immigrazione. Diversi analisti ritengono tuttavia che la richiesta di una legge federale sia una forzatura politica che rischia di mettere in difficoltà il GOP proprio alla vigilia delle elezioni di midterm. Il partito, infatti, ha conquistato negli ultimi anni una quota crescente di voti latinos, un elettorato che potrebbe reagire negativamente a un intervento legislativo percepito come “ostile”. Il tema è diventato un terreno scivoloso per i repubblicani nei distretti più competitivi.

La sfida che attende il GOP

In questo clima di tensione, il partito Repubblicano si prepara a una convention inedita a Dallas, annunciata da Donald Trump come una celebrazione della “grande rimonta americana”. Un evento pensato per galvanizzare la base, ma che si svolgerà sullo sfondo di una battaglia istituzionale che divide la destra e che potrebbe pesare sul futuro politico del Paese.


Torna alle notizie in home