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Esteri

Mille giorni dopo il 7 ottobre: il mondo non reagisce più, assorbe

Trentatre mesi di immagini, promesse e macerie hanno forse cambiato più le persone che la geopolitica

di Andrea Fiore -


Da quel sabato maledetto, il mondo non è cambiato solo perché qualcuno l’ha deciso, ma perché le persone normali hanno iniziato a percepire tutto in modo diverso. Non è stata una svolta improvvisa, è stato un logoramento lento, fatto di immagini che arrivano ogni giorno, di notizie che si ripetono e di numeri che crescono e che alla fine non significano più niente.
Gaza devastata, Israele ferito, ostaggi che diventano simboli, proteste che si accendono e si spengono ovunque, governi che promettono e non risolvono, diplomazie che parlano e non incidono: i fatti ci sono enormi e gravi, ma la gente li sente come fossero lontani, quasi ovattati.

Sul punto di rottura

La percezione collettiva si è spostata, non verso l’indifferenza ma verso una forma di stanchezza che assomiglia ad una difesa personale.
Le persone normali non dicono più “non mi interessa”, dicono “non ce la faccio”. E così il mondo è diventato più nervoso, più diffidente, più veloce nel giudicare e più lento nel capire.
Le immagini di guerra non scioccano più, le dichiarazioni dei leader sembrano tutte uguali, le analisi geopolitiche vengono lette come se fossero previsioni del tempo: forse piove, forse no e comunque non cambia la giornata.
Mille giorni di conflitto hanno trasformato la percezione della fragilità globale: ora tutto sembra instabile, tutto sembra reversibile, tutto sembra potersi rompere da un momento all’altro.

L’abitudine alla fragilità

E questo ha cambiato anche i rapporti tra le persone: più cautela, più sospetto ed un fortissimo bisogno di proteggersi da un mondo che appare sempre sul punto di cedere.
I fatti ci sono, enormi e pesanti, ma la gente li vive come se fossero una brutta musica di sottofondo che non si può spegnere ma solo abbassare. Trasformando così, la paura in sfinimento.

Ma quanto tempo potrà resistere una società ormai abituata a sentirsi fragile ogni giorno, prima di confondere la sopravvivenza con la normalità e la paura con il modo naturale di stare al mondo?

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