L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

Il centrodestra in affanno con la leadership che da sola non basta più

di Alessandro Scipioni -


Il panorama politico italiano dell’estate 2026 consegna un ritratto complesso della coalizione di governo, il successo elettorale di Giorgia Meloni è oscurato da un’emorragia di consensi che non risparmia nessuno, ma che colpisce con virulenza diversa le sue componenti.

Mentre Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale continuano a erodere voti, drenando in particolare il bacino della Lega e di Fratelli d’Italia, emerge con drammatica chiarezza un divario incolmabile tra la solidità della leadership nazionale e la paralisi strutturale della classe dirigente locale.

​Il vero problema non è la Premier, che rappresenta l’asso nella manica, ma l’incapacità di emularne la bravura sui territori.

È un paradosso politico, il partito guida il Paese, ma perde sistematicamente le partite decisive alle amministrative. È il segno di una classe dirigente locale, lontana anni luce dallo spessore della leader. I dati parlano chiaro e sono una ferita aperta per la destra storica, regioni un tempo baluardi identitari si stanno trasformando in roccaforti rosse inespugnabili.

In Campania, terra che in passato eleggeva Giorgio Almirante a Napoli, la destra è scomparsa dai radar; in Puglia, l’eredità di Pinuccio Tatarella è stata polverizzata. Persino in Toscana, dove il centrosinistra appariva in caduta libera e in preda a crisi profonde, la destra non riesce a capitalizzare, perdendo capoluoghi in cui la vittoria era a portata di mano. Se il PD vince dove dovrebbe perdere, la colpa non è della forza degli avversari, ma dell’impotenza di un centrodestra locale che non sa parlare al Paese reale.

​A questa debolezza strutturale si somma una tempesta geopolitica che rischia di trasformarsi in un incubo elettorale. La strategia di Meloni sul sostegno incondizionato a Zelensky, unita a rapporti sempre più tesi con la nuova amministrazione Trump, sta trasformando la politica estera in un boomerang di politica interna. Se la guerra in Ucraina non dovesse vedere una risoluzione rapida, il peso dei rincari energetici ricadrà inevitabilmente sul governo.

Gli italiani non sono pronti a un altro inverno di lacrime e sangue causato da scelte belliche percepite come impopolari e distanti dai bisogni quotidiani delle famiglie.

​Il rischio per il governo è la paralisi. Restare ancorati a una linea bellicista significa esporsi al malcontento che, in assenza di alternative moderate, finisce per alimentare la crescita di figure come Vannacci. Se la guerra continua, il generale non è più solo una variabile impazzita, ma un potenziale catalizzatore di un elettorato che si sente tradito. Meloni è di fronte a un bivio, o sterza, riportando l’agenda politica su temi di protezione economica e sociale, o si prepara a pagare un prezzo salatissimo.

​La debolezza del campo largo è l’unica vera ancora di salvezza per il governo. Con una Elly Schlein percepita come estranea ai valori popolari e un elettorato che guarda al PD con profonda diffidenza, la sinistra non riesce a convincere. Ma l’errore fatale del centrodestra sarebbe quello di sopravvalutarsi contando sulla debolezza altrui.

Se il generale Vannacci dovesse superare la soglia della doppia cifra, il centrodestra non perderebbe solo il governo, perderebbe il controllo di una destra che non si riconosce più nel pragmatismo di Palazzo Chigi. L’autunno si preannuncia come la stagione della verità e senza una riforma profonda della classe dirigente e un cambio di passo strategico, il centrodestra rischia di consumare la sua parabola proprio nel momento in cui dovrebbe consolidarla.

Al momento Giorgia Meloni è la prima della classe, non basta una rondine a fare primavera, ma le aquile fanno la storia. Vediamo le prossime mosse.


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