L’Italia dei quaquaraquà: se il silenzio avvolge i fatti di Corleone
Lo sfogo di Capitano Ultimo contro la scarcerazione della figlia di Riina e il silenzio dei media dopo vent’anni di fango contro il Generale Mori
Se si cerca di comprendere il disorientamento etico e civile che a volte attraversa il nostro Paese, non serve scavare nei grandi dibattiti o nelle complesse agende politiche. Basta fermarsi a osservare il silenzio. Quel silenzio discreto, quasi timido eppure profondamente selettivo, che in queste ore accompagna l’ennesimo cortocircuito di una giustizia difficile da decifrare.
Un silenzio che si avverte chiaramente, e che viene interrotto soltanto dalla voce rimasta sola di chi la trincea antimafia l’ha vissuta davvero, pagandone il prezzo sulla propria pelle.
Sergio de Caprio, il Capitano Ultimo. L’uomo che nel 1993, senza chiedere permessi o corsie preferenziali, mise le manette a Totò Riina, affida ai social un urlo di rabbia che è una lezione di dignità per l’intero Paese. «Anche oggi camminavo con Vikingo e ci raggiungono notizie incredibili», scrive l’ex ufficiale. E il quadro che ne emerge è la fotografia spietata di un’Italia capovolta.
Da un lato, per vent’anni, una macchina del fango famelica ha perseguitato e processato il Generale Mario Mori e quel pugno di Carabinieri valorosi del ROS. Una «pagliacciata» (per usare le parole esatte di de Caprio) chiamata “Trattativa Stato-Mafia”, un teorema surreale crollato sotto il peso del diritto in ogni aula di tribunale, ma sparato per due decenni in prima pagina a reti unificate per manipolare la gente comune e infangare i servitori dello Stato.
Dall’altro lato, oggi, mentre quegli eroi vengono riabilitati nell’indifferenza di chi li ha linciati, assistiamo alla revoca dell’obbligo di dimora a Corleone per Maria Concetta Riina, figlia del boss, che torna libera in attesa del processo per estorsione aggravata dal metodo mafioso.
«E oggi liberano i figli di Riina in un silenzio assordante!!!!!!», sbotta Ultimo.
«Ci guardiamo un attimo e insieme diciamo solo: quaquaraquà!!». Non usa giri di parole, de Caprio. E per i distratti di professione o per i garantisti a targhe alterne delle redazioni romane, si prende la briga di fare un ripasso di letteratura civile. Ricorda che quella parola, onomatopeica e antica, l’ha scolpita Leonardo Sciascia nel fango della codardia.
Nel Giorno della civetta, i quaquaraquà sono quegli esseri che vegetano nelle pozzanghere, che non hanno una spina dorsale, che sanno perfettamente quando tacere e da quale parte voltarsi per pura convenienza.
Ecco cosa siamo diventati: la Repubblica dei quaquaraquà, dove si celebrano i teoremi e si normalizzano i clan, dove i cacciatori di mafiosi finiscono alla sbarra e i discendenti dei padrini beneficiano del cono d’ombra del disinteresse generale.
Ma se i salotti buoni scelgono la cecità deliberata, la linea di confine per chi non ha tradito la divisa resta tracciata col gesso. E l’avvertimento di Capitano Ultimo suona come una campana a martello per una nazione anestetizzata: «Oggi come allora per noi è sempre mafia NO». Senza sconti, senza trattative, e soprattutto senza paura di fare i nomi.
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