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Esteri

Trump irrompe sul vertice di Ankara: ancora accuse, minacce e richieste

Il POTUS all'attacco di un'Alleanza senza bussola

di Ernesto Ferrante -


Il vertice Nato si è aperto con uno scossone politico. Donald Trump è giunto nella capitale turca e, come un elefante nella cristalleria, ha trasformato la giornata inaugurale in una sequenza di dichiarazioni aggressive, rivendicazioni personali e minacce geopolitiche che hanno messo ancora di più a nudo la fragilità dell’Alleanza Atlantica. Il presidente americano non si è limitato a dettare l’agenda. L’ha stravolta, lasciando gli alleati a misurare l’ampiezza delle crepe che attraversano la Nato in un momento cruciale per la sicurezza europea.

Fin dal suo arrivo, il tycoon ha chiarito che la sua presenza non è scontata. “Se il vertice non si fosse tenuto in Turchia, dove c’è un mio amico, un leader molto forte, forse non sarei venuto”, ha affermato, riferendosi a Recep Tayyip Erdogan. Una frase che, da sola, dovrebbe bastare a far tremare i corridoi dell’Organizzazione.

L’affondo di Trump contro gli alleati

Trump ha attaccato frontalmente Italia, Germania e Francia, accusandole di aver “rifiutato aiuto” agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. Ha sostenuto di aver “messo alla prova” gli alleati per verificare la loro fedeltà. Un test che, secondo lui, molti avrebbero fallito. Nel mirino è finita ancora una volta Giorgia Meloni, definita “una brava persona” ma colpevole di essersi “rifiutata di essere coinvolta nello Stretto di Hormuz o con l’Iran in generale”. Il capo della Casa Bianca ha parlato di un rapporto “inasprito”, usando ancora una volta un linguaggio poco istituzionale verso un capo di governo alleato, per poi rivendicare di non aver esercitato “molta pressione” pur aspettandosi un sostegno che non è arrivato.

La visione mercantilistica del tycoon

Sul fronte ucraino, Trump ha ribadito che la guerra “non riguarda gli Stati Uniti”, incolpando Joe Biden di aver regalato “centinaia di miliardi di dollari” a Kiev. Ora, ha sostenuto, gli equipaggiamenti americani vengono venduti “a prezzo pieno” all’Unione europea, non all’Ucraina. Una dichiarazione che ha irritato più di una delegazione europea, già alle prese con bilanci militari sotto pressione e con la necessità di sostenere gli ucraini senza l’ombrello finanziario di Washington.

La Groenlandia e gli affari con la Turchia

Non sono mancate le provocazioni geopolitiche. Il presidente americano ha rilanciato l’idea che “la Groenlandia dovrebbe essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca”, sostenendo che l’isola sia circondata da navi russe e cinesi. Poi ha aggiunto che gli Usa potrebbero ritirare i propri soldati dall’Europa.

Il summit turco si sta rivelando anche il vertice delle richieste incrociate. Erdogan ha confermato di aver ricevuto dagli Stati Uniti “l’impegno per cinque F-35”, lodando Trump come un presidente che “mantiene sempre la parola data”. Una rivelazione che arriva mentre Israele chiede agli statunitensi di non vendere caccia avanzati alla Turchia per non alterare gli equilibri regionali.

Zelensky vuole missili, Rutte più soldi

Zelensky, presente al Forum dell’industria della difesa, ha riproposto la candidatura dell’Ucraina alla Nato e chiesto nuovi missili Patriot, sostenendo che le capacità difensive ucraine “tra le più forti in Europa” renderebbero l’Alleanza più solida.

Mark Rutte, segretario generale collezionista di uscite infelici, insiste affinché l’Europa “tiri fuori più soldi” per la difesa, ricordando che la cooperazione con Bruxelles “non potrebbe essere migliore” ma che non si può continuare “come abbiamo fatto finora”. Un appello che suona come l’ammissione che senza un impegno finanziario maggiore, la Nato rischia di non reggere l’urto delle crisi globali.

La Nato non ha una strategia

La giornata ha messo in luce un’Alleanza priva di una strategia condivisa. Le uscite demolitorie di Trump, il servilismo di alcuni governi europei verso la Casa Bianca e le richieste incrociate di armi e fondi mostrano una serie di fragilità preoccupanti. Il rischio, sempre più concreto, è che il vuoto strategico venga colmato dai falchi, spingendo verso fughe in avanti che potrebbero trasformare la tensione con la Russia in uno scontro devastante.

Il vertice doveva segnare una fase di rilancio. Si sta trasformando, invece, nell’ennesima dimostrazione di quanto la Nato sia oggi un organismo esposto alle oscillazioni di Washington, alle rivalità interne e a una guerra che continua a ridisegnare gli equilibri del continente.


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