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Politica

Legge elettorale: scegliere come farsi scegliere. Il nodo preferenze resta ancora da sciogliere

di Eleonora Manzo -


Domani la legge elettorale sbarca in Aula alla Camera, ma più che una riforma assomiglia a un esame di coscienza collettivo: tutti dicono di voler migliorare la democrazia, quasi nessuno sembra disposto a correre il rischio che la democrazia, poi, scelga davvero.

Il nodo delle preferenze è lì, sul tavolo, con la grazia di una bomba da salotto: elegante da evocare, meno piacevole da maneggiare. Giorgia Meloni ha fiutato perfettamente il punto. Sostenere le preferenze significa occupare una posizione politicamente redditizia: dalla parte degli elettori contro il club dei nominati, dalla parte della scelta contro il sottobosco delle cooptazioni.

E infatti Fratelli d’Italia la vende cosi, con un argomento che funziona: ridare ai cittadini il potere di indicare chi mandarli in Parlamento.

Non è una posa campata in aria, né un riflesso propagandistico puro. È una linea coerente con una certa narrazione della destra di governo: popolare nel lessico, verticale nella gestione, abilissima nel capire dove batte la pancia del Paese.

Il problema e che nella maggioranza non tutti hanno voglia di farsi travolgere da questo slancio democratico.

Forza Italia, con l’esperienza di chi conosce la materia e anche i suoi veleni, si mette di traverso: le preferenze costano, spaccano, accendono guerre interne, trasformano ogni collegio in una corrida personale. La Lega non la vede meglio.

Anzi, teme che il ritorno al voto di preferenza apra una stagione di faide locali, cacicchi in libera uscita e candidati più impegnati a sfilarsi voti tra alleati che a contenderseli con gli avversari. In breve, FdI dice ‘più scelta agli elettori’, FI e Lega rispondono ‘più caos nei partiti’.

E tutti, naturalmente, sostengono di farlo per il bene superiore del sistema. Come sempre, il potere in Italia non ama presentarsi col suo nome, si traveste da responsabilità. Meloni, da parte sua, non può permettersi né la rigidità né la retromarcia. Se impone la linea, offre alla platea l’immagine di una coalizione che litiga sulle regole del gioco mentre il Paese guarda altrove.

Se arretra, rinuncia a una bandiera che le consente di parlare sopra le teste dei partiti e direttamente agli elettori. Così procede con quella prudenza muscolare che ormai è il suo marchio: spingere senza strappare, segnare il terreno senza trasformare ogni dissenso in un caso politico. Non è poco. Ma nemmeno è gratis.

In realtà, le preferenze non sono il paradiso della democrazia: possono rafforzare il legame tra eletto e territorio, ma anche premiare chi ha più reti, più soldi, più capacità di pressione. Le liste bloccate non sono una congiura, ma hanno un difetto difficile da mascherare: trasformano gli elettori in spettatori di scelte fatte altrove. Dunque la politica non sta discutendo tra bene e male.

Sta scegliendo quale difetto preferisce sopportare e quale vantaggio preferisce difendere. Per questo domani in Aula non si discuterà soltanto una legge elettorale. Si discuterà, più sinceramente, il rapporto che i partiti hanno con il consenso quando il consenso smette di essere uno slogan e diventa un rischio. Tutti invocano il popolo, poi quando il popolo deve indicare un nome la faccenda si fa subito più delicata. Ecco perché il nodo preferenze agita il centrodestra e imbarazza un po’ tutti gli altri: costringe la politica a guardarsi allo specchio. E non sempre lo spettacolo è piacevole per tutti.


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