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L’Italia ci mette la faccia: la sovranità della sicurezza

La tecnologia del riconoscimento facciale agisce come una necessaria chirurgia investigativa, non come un controllo di massa indiscriminato

di Angelo Vitale -


In un panorama europeo spesso paralizzato da esitazioni burocratiche l’Italia ha deciso di non restare a guardare dalla finestra facendo una scelta di campo netta: metterci la faccia.

L’Italia: “Mettiamoci la faccia”

Essere stati i primi nel Vecchio Continente ad approvare una normativa di sistema sull’intelligenza artificiale – la legge 132/2025 – non è un semplice primato cronologico, ma una rivendicazione di sovranità politica e operativa.

Mentre altri Paesi restano ancora nel guado delle “zone grigie” normative, Roma ha deciso di perimetrare il futuro, assumendosi la responsabilità di dare regole certe a strumenti che, altrove, agiscono nell’ombra o restano chiusi nel cassetto per paura di una polemica di troppo.

Il rinvio del voto sullo schema di decreto legislativo, avvenuto giovedì scorso, è stato celebrato dalle minoranze come un trionfo dei “diritti” contro un presunto “Stato di polizia”.

Da Bruxelles non un “altolà”

Peccato che la narrazione costruita attorno alle parole di Thomas Regnier, portavoce della Commissione Europea, sia un capolavoro di “realtà aumentata”. Se le opposizioni hanno frettolosamente dipinto le dichiarazioni di Bruxelles come un “altolà” insormontabile, i fatti dicono l’esatto contrario.

La Commissione ha esplicitamente precisato di non disporre di elementi sufficienti per giudicare il testo italiano e di non voler minimamente “giudicare in anticipo” il provvedimento.

Il paradosso del pregiudizio

Si alzano barricate contro un fantasma normativo, ignorando deliberatamente che il governo italiano sta operando proprio per abitare, con rigore, tutto il perimetro di eccezioni e deroghe che l’AI Act europeo concede agli Stati membri.

Non c’è alcun bypass delle norme comunitarie. Esiste, invece, la volontà di utilizzare ogni millimetro di spazio concesso per fini di pubblica sicurezza: dalla lotta al terrorismo alla ricerca di minori scomparsi, dal contrasto alla tratta di esseri umani al perseguimento di reati gravissimi.

Sventolare lo spauracchio della sanzione europea, quindi, è solo un diversivo per coprire l’incapacità di confrontarsi con una sfida epocale. È tempo, poi, di riportare il dibattito su un piano di realtà, irrobustendo parole che la retorica del “no” ha finora cercato di screditare: chi non commette reati non ha nulla da temere.

La sorveglianza biometrica non è un occhio indiscreto

Non spia la vita privata delle famiglie italiane, ma è una protezione attiva contro chi minaccia la loro libertà. La vera minaccia ai diritti fondamentali non è una telecamera che identifica un latitante o un terrorista in una piazza affollata, ma l’impossibilità, per un cittadino onesto, di attraversare quella piazza senza il rischio di diventare la prossima vittima di un crimine evitabile.

La tecnologia del riconoscimento facciale agisce come una necessaria chirurgia investigativa, non come un controllo di massa indiscriminato. Quando l’Interpol identifica migliaia di criminali grazie alla biometria, o quando i sistemi di identificazione permettono di scagionare un innocente ingiustamente accusato – come accaduto in numerosi casi documentati – la tecnologia smette di essere un’astrazione per diventare un’alleata della giustizia.

Nessuna delega in bianco

Chi oggi si oppone a questi strumenti in nome di una privacy assoluta e decontestualizzata, dovrebbe avere il coraggio di spiegare ai genitori di un bambino scomparso perché lo Stato dovrebbe rinunciare a un mezzo capace di ritrovarlo in pochi minuti. Lo schema delle nuove norme non concede deleghe in bianco.

Al contrario, definisce una cornice di garanzie procedurali che non ha eguali per severità. La suddivisione tra le autorizzazioni indispensabili per le indagini e quelle necessarie per la prevenzione urgente risponde a un’esigenza di efficacia che non sacrifica la legalità.

Prevedere che i dati biometrici debbano essere cancellati automaticamente dopo sette giorni è la garanzia che non esiste dietro l’angolo alcun “Grande Fratello” permanente. E l’introduzione del nuovo reato di omessa sicurezza sui sistemi Ai dimostra che lo Stato è pronto a colpire con durezza chiunque, pubblico o privato, gestisca queste tecnologie con leggerezza.

La sovranità della sicurezza

L’Italia, non ha perciò bisogno di un’opposizione che preferisce gli slogan alla pragmaticità della sicurezza. Il Paese ha scelto di metterci la faccia perché riconosce che il diritto a vivere e sicuri è il presupposto per l’esercizio di ogni altra libertà.

Da qui, il tempo necessario per consegnare ai cittadini un testo tecnicamente inattaccabile, perfettamente coerente con l’AI Act e orientato al futuro. Chi continua a remare contro, si fa alfiere di un’Italia più insicura. Perché la paura dell’innovazione non ha mai reso nessuno più libero.

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