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Sicurezza

La politica clandestina, il clandestino con la ricevuta

di Giuseppe Tiani -


In Italia perfino la clandestinità può avere il timbro. Lo straniero paga, l’intermediario incassa, la pratica cammina e le Forze di Polizia sono chiamate a rincorrere, schiacciate dai carichi di lavoro e dalle manipolazioni mediatiche e politiche. Così, spesso, arrivano quando il danno è già diventato sistema. Poi la politica si divide. La destra conta le etnie, la sinistra assolve le intenzioni. Il reato resta. Ma la sicurezza non si amministra con il pallottoliere etnico.

Un delitto è un delitto, chiunque lo commetta. Anche la tolleranza non può cambiare colore secondo il passaporto dell’autore. La cronaca ci ha abituati a invocazioni psichiatriche a senso unico. Quando uno straniero, regolare o irregolare, oppure un cittadino di origine straniera, commette un omicidio o un grave reato violento, non manca quasi mai chi cerca anzitutto il trauma, la fragilità, il disagio e la perizia.

Se l’indagato è italiano, e soprattutto se è un poliziotto, viene troppo spesso etichettato dai cliché conformisti di certi salotti beneducati come espressione della deriva fascista. La perizia diventa superflua e la condanna pubblica arriva prima che il magistrato abbia analizzato il fascicolo. Poveri noi.

Abbiamo sepolto la lezione di Calamandrei sulla legalità e sulla certezza del diritto sotto una montagna di pregiudizi selettivi, figli illegittimi dell’ignoranza colta e trasversale. Sarebbe opportuno che il Parlamento discutesse anche di questo. Invece assistiamo al montante bipopulismo che assolve per appartenenza e condanna per convenienza. È così che il Paese viene consegnato ai nuovi estremismi, alimentati da un qualunquismo disciplinare intriso di neo-grillismo.

Ma il problema, ormai, non è soltanto l’eccesso della destra più radicale, che trasforma ogni reato in una colpa etnica, né quello di una certa sinistra, divenuta culturalmente subalterna, che si rifugia in un conformismo giustificazionista e innalza la mancata integrazione sociale a vessillo per attenuare ogni responsabilità individuale. È un sistema politico che esaspera le appartenenze, premia le tifoserie e cancella le differenze culturali dentro coalizioni tenute insieme più dalla paura dell’avversario che da una comune idea del Paese. È una spirale politica e istituzionale che va fermata, affinché possano ricomporsi nuovi equilibri e nuove visioni.

Occorre restituire autonomia e incidenza alle culture liberalsocialiste e cattolico-popolari, oggi soffocate dal maggioritario dei blocchi e dalla sua permanente mobilitazione emotiva, che alimenta un bipolarismo frammentato e contraddittorio. E non andrebbe accantonata la riflessione su un sistema proporzionale solido e adeguatamente corretto, che non comporterebbe necessariamente un ritorno all’instabilità, ma potrebbe restituire trasparenza alla rappresentanza, sollecitando i partiti a dichiarare ciò che sono, a misurarsi con la consistenza del proprio consenso e a costruire alleanze sulla base di programmi e obiettivi riconoscibili.

Un proporzionale accompagnato da efficaci meccanismi di stabilizzazione parlamentare, guardando anche all’equilibrio del cancellierato tedesco, potrebbe contenere le torsioni personalistiche, le tentazioni plebiscitarie e le derive autocratiche, senza consegnare il Paese alla precarietà dei governi. Non un ritorno al passato, dunque, ma una via d’uscita dalla decadenza del presente. Il reato non ha etnia. Il garantismo, neppure. Le grandi culture della politica, invece, sono clandestine da tempo.

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