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Lobbying, in Italia siamo veramente all’anno zero?

Negli ultimi cinquant’anni, in Parlamento sono stati presentati oltre 108 disegni di legge per disciplinarlo senza che nessuno sia mai stato approvato definitivamente

di Giorgio Brescia -


Regolamentazione del lobbying: perché l’Italia è ancora all’anno zero. Mentre nelle principali democrazie occidentali l’influenza della politica è tracciata e trasparente, l’Italia continua a muoversi nell’opacità.

Lobbying, a che punto siamo?

Nel dibattito pubblico nazionale, la parola “lobby” evoca spesso accordi nell’ombra, ma la rappresentanza degli interessi è una componente fisiologica delle decisioni pubbliche. La vera differenza risiede nella presenza di regole chiare. Per quale motivo l’Italia registra un ritardo così marcato rispetto ai partner internazionali?

L’anomalia italiana: 50 anni e 108 proposte mai approvate

I dati evidenziano uno stallo storico. Negli ultimi cinquant’anni, in Parlamento sono stati presentati oltre 108 disegni di legge per disciplinare il lobbying, senza che nessuno sia mai stato approvato definitivamente. Questo vuoto normativo ha procurato all’Italia continui richiami da organismi internazionali come l’Ocse, il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea.

A livello globale, la trasparenza è una realtà consolidata. L’Unione Europea adotta dal 2011 il Registro per la Trasparenza per tracciare gli incontri con le istituzioni comunitarie. Paesi come gli Stati Uniti, con il Lobbying Disclosure Act, o la Francia, con la Loi Sapin II, impongono la pubblicazione delle agende, delle risorse finanziarie impiegate e dei soggetti consultati.

In Italia, l’interazione tra decisori e gruppi di pressione resta informale e priva di un registro obbligatorio universale.

Il nodo del Senato e il rischio “zone franche”

Attualmente, il disegno di legge sul lobbying è all’esame del Senato dopo l’approvazione alla Camera. Il testo in discussione, pur rappresentando un tentativo di regolamentazione, è al centro di severe critiche da parte della società civile.

Il punto controverso riguarda le esenzioni. La proposta attuale esclude dagli obblighi di trasparenza più stringenti soggetti come i sindacati e le associazioni datoriali. Un’impostazione che rischia di creare “zone franche”, imponendo regole severe ai piccoli portatori di interesse o alle singole imprese, ma lasciando nell’ombra le grandi organizzazioni collettive che storicamente esercitano un peso determinante sulle politiche pubbliche.

La pressione della società civile

Per contrastare questi squilibri, la coalizione civica Lobbying4Change, guidata da The Good Lobby e composta da 55 organizzazioni, chiede di correggere il testo al Senato eliminando ogni privilegio.

In questo contesto, anche B Lab Italia, l’organizzazione che coordina il movimento delle B Corp nel Paese, la quale ha recentemente aderito alla coalizione.

L’ingresso nella rete, che rappresenta oltre 350 aziende impegnate su parametri sociali e ambientali, per l’esigenza di promuovere la stakeholder governance anche nelle relazioni istituzionali.

L’obiettivo dichiarato da B Lab Italia è sostenere norme di trasparenza valide per tutti i soggetti, applicando il principio secondo cui l’influenza economica deve essere rendicontata con la stessa trasparenza delle attività di mercato.

Trasparenza per una vera democrazia economica?

Disciplinare il lobbying non significa criminalizzare il confronto tra politica e privati, ma renderlo verificabile e accessibile in modo equo.

Garantire parità di accesso e trasparenza nei processi decisionali è indispensabile per prevenire distorsioni e rafforzare la fiducia nelle istituzioni.

Per l’Italia, superare questo storico ritardo non è più solo una raccomandazione europea, ma una necessità per la qualità della democrazia e del mercato.

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