Lavoro, il mercato ignora l’esperienza: ecco perché
Secondo l’ultima indagine Ecssa, l’Italia vive una carenza di personale nei profili junior e nella fascia 35-45 anni
Lavoro, in Italia c’è la trappola dell’età: il paradosso di un mercato interno che ignora l’esperienza, unico caso in Europa.
Lavoro, perché un “vuoto professionale” in alcune fasce d’età?
Il mercato del lavoro italiano è prigioniero di un “cortocircuito” culturale che rischia di compromettere seriamente la competitività del sistema produttivo.
Secondo l’ultima indagine della confederazione Ecssa, l’Italia vive un’anomalia unica nel panorama continentale. La carenza di personale non colpisce solo i profili junior, ma si estende drammaticamente alla fascia 35-45 anni, considerata la più difficile da reperire dal 47% dei selezionatori.
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Mentre nel resto d’Europa i professionisti a metà carriera rappresentano la fascia più protetta, in Italia questa categoria affronta barriere d’ingresso e difficoltà di ricollocamento significativamente superiori rispetto ai colleghi europei.
Una “maglia nera”
Il nostro Paese si aggiudica così la “maglia nera” per i bias anagrafici. Il 37% delle ricerche di personale include ancora limiti di età rigidi — pratica spesso illegale — e il 38% esige esplicitamente profili “giovani e dinamici”.
Una visione anacronistica che ignora la realtà di un Paese segnato da un progressivo invecchiamento demografico.
Un segnale di apertura
Tuttavia, tra le pieghe della ricerca emerge un inaspettato segnale di apertura.
L’Italia è al primo posto in Europa per il miglioramento della percezione dei profili senior. Il 55% dei manager ha iniziato a rivalutare gli over 55, apprezzandone finalmente la stabilità, l’affidabilità e la preziosa capacità di mentoring verso i colleghi più giovani.
Questo cambio di rotta suggerisce come i modelli di carriera tradizionali stiano diventando obsoleti a favore di percorsi non lineari basati sull’apprendimento continuo.
Una urgenza
Come osservato anche dagli analisti di Valtellina Lavoro, il superamento di queste rigidità anagrafiche non è più solo una questione etica, ma una necessità economica per garantire la sopravvivenza stessa delle imprese in un mercato privo di talenti.
Ad oggi, però, la collaborazione intergenerazionale è ancora acerba. Il 57% degli intervistati la definisce limitata o poco strutturata, specialmente nelle pmi.
Le barriere rimangono principalmente culturali (33%) o legate a presunti gap di competenze digitali (25%).
La vera sfida dei prossimi anni non sarà sostituire le generazioni, ma integrarle. Il talento non ha scadenza e la diversità anagrafica deve trasformarsi da ostacolo gestionale a leva strategica di crescita.
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