La Germania reale ha parlato con una chiarezza che non concede appigli. L’ultradestra dell’AfD conquista il Meclemburgo-Pomerania Anteriore con un 38,2% che riscrive la geografia politica dell’Est, mentre la Linke prende Berlino con un risultato storico, affidando la capitale a Elif Eralp, la candidata che promette di espropriare le case e che, come ha scritto in maniera tagliente la Welt, “ha seppellito il centro borghese”. Due scosse che non riguardano solo i Lander, perché sono innanzitutto un messaggio molto forte per Friedrich Merz a Berlino, Emmanuel Macron a Parigi e Ursula von der Leyen a Bruxelles, simboli di un modello europeo che gli elettori hanno bocciato senza appello.
Il crollo del blocco di potere
Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore la Cdu non entra nemmeno in Parlamento, con il 5,4%, sotto la soglia di sbarramento. È la prima volta nella storia della Germania del dopoguerra. Un’umiliazione politica che indebolisce ulteriormente un cancelliere già ai minimi nei sondaggi. Dietro Alternativa per la Germania, la Spd della presidente uscente Manuela Schwesig si ferma al 35,5%. A Berlino, la Linke vola al 24,9%, la Cdu crolla al 19,2%, mentre l’AfD cresce al 15,8%, terza forza della capitale. Numeri che certificano la fine del vecchio equilibrio Ue. L’architettura moderata, quella dei cordoni sanitari e delle coalizioni di contenimento, non funziona più. La prospettiva di un governo rosso-rosso-verde nella capitale sancisce la rottura definitiva con la tradizione centrista che ha dominato la politica tedesca degli ultimi decenni.
Alibi deboli
Il cancelliere ammette il disastro, parla di “evento drammatico”, ma non lascia. Anzi, rilancia. Assicura che “le riforme devono arrivare”, che “la coalizione resterà”, che “il voto va oltre la mia persona”. Una difesa d’ufficio che suona come un tentativo maldestro di restare aggrappato al potere evocando i soliti spettri dell’autoritarismo e dell’antisemitismo. Parole che non intercettano il malessere sociale né rispondono alla domanda politica che arriva dalle urne. E che ignorano un dato cruciale. Mentre l’ex uomo di BlackRock parlava di “futuro democratico”, i lavoratori dell’automotive manifestavano in oltre 200 località, chiedendo risposte che il governo non ha saputo dare.
Le sofferenze di un settore strategico
Volkswagen, Mercedes, Bmw, il cuore industriale del Paese, annaspano. Centomila lavoratori in piazza, stabilimenti a rischio, tagli annunciati, concorrenza cinese, energia troppo cara. Christiane Benner, leader di Ig Metall, ha denunciato l’assenza di una strategia nazionale, mentre i media venivano tenuti fuori dai raduni. La Germania industriale, quella che per decenni ha garantito stabilità e consenso, oggi è un fronte di protesta che il cancelliere non riesce nemmeno a interpretare. La distanza tra il governo e il Paese è diventata una voragine.
I vertici di AfD pretendono un cambio di rotta
Il voto dice anche altro. La Germania chiede un cambio di registro in politica estera. Tino Chrupalla lo ha espresso con brutalità: “I cittadini vogliono una politica di pace e diplomazia. Vogliono che Merz vada a Mosca”. Una richiesta che intercetta un sentimento diffuso. Basta escalation, riarmo e dipendenza energetica dagli Stati Uniti. Alice Weidel ha rincarato la dose, affermando l’AfD “ha sostituito la Cdu come partito del popolo”. E nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore Leif-Erik Holm ha già scritto l’epitaffio del cancelliere, sostenendo che “il crepuscolo di Merz è iniziato”.
Peskov bacchetta Merz
Da Mosca, il Cremlino osserva e punge con sarcasmo. Secondo Dmitry Peskov, i tedeschi sono “in cerca di un’alternativa”. Il portavoce attribuisce il declino industriale alla rinuncia al gas russo, e punge Merz proprio sulla linea dura verso la Russia che il cancelliere ha scelto come bandiera. Un commento beffardo, sprezzante, che fotografa la fragilità di una leadership che ha alimentato la narrativa russofoba dell’Ue senza ottenere né consenso né stabilità.
L’eco del tonfo arriva a Parigi e Bruxelles
Il verdetto delle urne è dirompente. L’elettorato tedesco non crede più ai vecchi schieramenti europei, e l’Europa non può più nascondersi dietro la retorica dell’unità dei moderati. AfD e Linke non sono un incidente di percorso. Sono il segnale che il Paese vuole voltare pagina. E che Merz, Macron e von der Leyen sono chiamati a fare i conti con un avviso di sfratto.