Centro? No, grazie: serve una nuova visione riformatrice
La parola "centro" appartiene a una stagione politica superata. Gli italiani non chiedono un nuovo contenitore, ma una nuova direzione.
Dalla Seconda Repubblica in poi, la politica italiana è stata attraversata da una tentazione ricorrente: ricostruire un grande Centro.
A ogni crisi del sistema politico, a ogni fase di smarrimento, torna l’idea di riunire moderati, cattolici, liberali e riformisti in una nuova forza capace di occupare quello spazio. La storia, però, ha già dato il suo responso. Il Centro, inteso come collocazione geometrica tra Destra e Sinistra, non ha mai trovato una vera forza attrattiva e duratura. Troppi sono stati i tentativi falliti, troppe le aggregazioni nate più dalla somma di gruppi dirigenti che da una comune visione politica.
Per anni il Centro è stato rappresentato come un luogo di equilibrio, una terra di mezzo della politica . In realtà, spesso si è trasformato in una formula vaga, priva di una identità culturale e programmatica, utile più alla pratica dei “due forni” che alla costruzione di un progetto di Governo.
Dopo la fine della Democrazia Cristiana, molti hanno cercato di ricomporre quelle culture disperse, recuperando simboli e suggestioni del passato. Ciriaco De Mita fu uno degli ultimi grandi interpreti di quella stagione: prima protagonista dell’apertura a sinistra della Dc, poi sostenitore del ruolo dei cattolici democratici nell’Ulivo e nel Partito Democratico. Negli anni successivi hanno tentato la strada del Centro anche altri protagonisti, da Calenda a Renzi, fino ad alcuni esponenti di Forza Italia. Ma il problema rimane lo stesso: gli elettori non votano una collocazione astratta. Votano un’identità, una leadership, una proposta capace di indicare una direzione.
La politica negli ultimi anni
La realtà politica degli ultimi anni lo dimostra. Mentre il richiamo al Centro perdeva forza, hanno trovato spazio fenomeni populisti e identitari. Il Movimento 5 Stelle ha raccolto una domanda di protesta e di cambiamento, mentre il fenomeno rappresentato dal generale Roberto Vannacci ha intercettato una parte del malcontento dell’elettorato arrivando a ottenere un consenso personale superiore alla Lega, a Renzi e a Calenda.
Il segnale è chiaro: il vuoto politico non viene riempito dalla moderazione indistinta, ma da chi riesce a proporre messaggi forti e riconoscibili.
Per questo continuare a inseguire il Centro è un errore di prospettiva. Forza Italia, del resto, non è mai nata come una forza centrista nel senso tradizionale del termine. È nata come un partito di Destra liberale, collocato nel Centrodestra.
Sul piano economico la sua cultura affonda le radici nel liberalismo di Luigi Einaudi e nelle esperienze riformatrici di Margaret Thatcher e Ronald Reagan: meno tasse, meno burocrazia, libertà d’impresa, concorrenza, merito e responsabilità individuale.
Non il Centro, ma il riformismo liberale è stata la vera novità.
Una nuova proposta politica non può nascere dalla semplice saldatura di pezzi di nomenclatura o dalla nostalgia di un passato glorioso. Deve nascere da una visione del presente e del futuro, dalla capacità di unire culture diverse (cattoliche, liberali e democratiche) attorno a un programma concreto.
Cosa significa riformare?
Riformare significa ridurre gli sprechi e i monopoli improduttivi, restituire centralità al merito, rendere più efficiente la giustizia, modernizzare la sanità, sostenere chi produce e lavora, liberare energie economiche soffocate dalla burocrazia. Significa garantire più sicurezza nelle strade, perché la libertà dei cittadini passa dalla possibilità di vivere le proprie città senza paura, con uno Stato capace di far rispettare le regole.
Sono obiettivi conosciuti da anni, ma raramente realizzati fino in fondo.
La parola “centro” appartiene a una stagione politica superata. Gli italiani non chiedono un nuovo contenitore, ma una nuova direzione. Non serve un partito che occupi il centro dello schieramento: serve una forza capace di rimettere al centro il cittadino, la libertà, il merito, la responsabilità e la sicurezza.
Perché la politica torna credibile solo quando ha il coraggio di scegliere una strada. E, come ammoniva Montesquieu, per fare una frittata bisogna rompere le uova.
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