L’Italia che non muore (e non nasce): le imprese cambiano
Per un tessuto davvero produttivo, servirebbero più concorrenza, più capitali per la crescita e un fisco che smetta di incentivare la piccola dimensione a ogni costo. L'analisi di Lorenzo Ruffino
Di fronte alla complessità delle trasformazioni economiche, c’è chi ha scelto di non accontentarsi dei titoli di testa, preferendo scavare nel cuore dei numeri delle imprese che cambiano.
L’attualità dei dati delle imprese italiane
Il data analyst Lorenzo Ruffino si è dato una missione chiara: capire l’attualità attraverso i dati, gli studi e l’analisi rigorosa delle fonti.
Il suo ultimo report sulla demografia d’impresa in Italia non è solo una cronaca statistica, ma una lezione di metodo su come la “lettura” del reale possa ribaltare narrazioni consolidate.
Ruffino ha intrapreso un’operazione di “archeologia statistica” non banale. Ha coniugato quattro diverse edizioni dei report Istat pubblicati tra il 2011 e il 2026, ricostruendo una serie storica continua di vent’anni.
Tra nascite e chiusure
Questo sforzo permette di distinguere le nascite e le cessazioni “vere” – cioè la creazione e la dissoluzione reale di valore economico – da meri passaggi amministrativi come fusioni o trasformazioni.
E offre una fotografia nitida di un Paese che sta cambiando pelle in modo silenzioso, ma inesorabile.
Il dato che balza agli occhi è apparentemente rassicurante: nel 2024 l’Italia ha registrato 293mila nuove imprese contro 256mila cessazioni.
È il quarto anno consecutivo di saldo positivo, un evento mai verificatosi nel periodo 2008-2020. Tuttavia, l’analisi svela l’inganno ottico: questo surplus non è figlio di un ritrovato spirito imprenditoriale, ma di un crollo verticale delle chiusure.
Ricambio al minimo
Le cessazioni nel triennio 2022-2024 sono ai minimi storici, mentre le nascite restano sotto i livelli di vent’anni fa.
Questo fenomeno ha una conseguenza diretta: il ricambio del tessuto produttivo è ai minimi. Prima della crisi del 2008, la quota di imprese che ogni anno si rinnovava (tra entrate e uscite) superava il 15%; oggi siamo sotto il 14%.
Ruffino paragona il sistema economico a quello demografico umano: un Paese dove nascono pochi bambini e si muore sempre meno è un Paese destinato a invecchiare.
Per le imprese, significa meno concorrenza e una frenata della cosiddetta “distruzione creatrice”, quel processo necessario che sposta capitali e lavoratori dalle aziende meno produttive verso quelle più innovative.
Perché si chiude così poco?
Ruffino solleva il dubbio che parte di questo congelamento sia artificiale. Gli anni delle chiusure ai minimi coincidono con le moratorie sui prestiti e i sostegni pubblici post-Covid.
Gli studi indicano che circa 81mila imprese, pur prive di prospettive di redditività, sono rimaste in vita grazie alle garanzie statali.
Se queste “imprese zombie” dovessero iniziare a uscire dal mercato con la fine degli aiuti, il saldo positivo degli ultimi anni potrebbe rivelarsi molto meno solido di quanto appaia.
L’analisi territoriale
I dati ribaltano poi molti luoghi comuni. Se si guarda alla natalità, il motore del Paese non è il Nord, ma il Mezzogiorno.
Campania e Lazio guidano la classifica delle aperture. In regioni come la Campania, il tessuto d’impresa ruota al doppio della velocità rispetto a Bolzano.
Dove il ricambio è alto, fare impresa è spesso un tentativo di breve durata. Dove è basso, l’attività tende a durare e a consolidarsi.
Cosa succede nei comparti?
A livello settoriale, una vera e propria ritirata dai comparti tradizionali. Il commercio ha perso 347mila imprese in vent’anni, eroso dall’e-commerce e dalle grandi catene.
Anche l’industria in senso stretto soffre: le nuove nate sono calate di un terzo dal 2004 e il dato sulla tecnologia è impietoso, con appena 176 nuove imprese manifatturiere ad alta tecnologia nate in tutta Italia nel 2024.
A tenere in piedi il sistema è il settore dei servizi, che oggi genera sei nuove imprese su dieci.
Qui la qualità sembra crescere: la quota di imprese ad alta intensità di conoscenza è salita al 61% delle nate nei servizi, con la consulenza e l’ingegneria che da sole valgono il 39% di tutte le nuove aperture nazionali.
Il “peso” degli incentivi
Il peso della politica economica e il caso delle costruzioni sono poi emblematici di quanto la demografia d’impresa risponda agli incentivi.
Con l’era del Superbonus, le nuove imprese edili sono balzate da 38mila a 50mila in un solo anno. Ma, anche qui, i dati rivelano le “scorie”: circa 11mila di queste imprese sono sparite nel nulla entro tre anni, segno di aperture puramente opportunistiche legate ai bonus.
Il “nanismo”
Resta poi il problema strutturale del “nanismo”. Otto nuove imprese su dieci nascono senza dipendenti.
Chi parte, lo fa da “minuscolo” (1,4 addetti medi), e anche chi sopravvive fatica a crescere. Mentre il sistema fiscale e normativo italiano, fatto di regimi agevolati per chi resta piccolo (come il forfettario), sembra lottare contro la selezione naturale del mercato, premiando la staticità anziché la crescita.
Il confronto in Europa
Infine, il confronto europeo chiarisce la natura dell’anomalia italiana. Sulla capacità di durare, l’Italia è un Paese “normale”, con tassi di sopravvivenza a cinque anni (circa il 46%) in linea con la media Ue.
Il vero problema è la “porta d’ingresso”: il tasso di natalità delle nostre imprese è il più basso tra i grandi Paesi europei (7,8% contro il 14% della Francia e il 10,5% della media Ue).
In Italia si prova a fare impresa molto meno che altrove. Da questo report, un’immagine nitida: un’economia che ha smesso di distruggere il vecchio, ma fatica a generare il nuovo.
Sebbene il saldo positivo non sia di per sé una cattiva notizia, non è neppure la garanzia di una crescita futura sostenuta.
Per un tessuto davvero produttivo, servirebbero più concorrenza, più capitali per la crescita e un fisco che smetta di incentivare la piccola dimensione a ogni costo. Ancora una volta, i numeri ci dicono che la vera sfida non è solo “restare aperti”, ma avere il coraggio di crescere e cambiare.
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