L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

Campo largo, tutti insieme a litigare

di Eleonora Manzo -


Il campo largo ormai è in un loop, in un circolo vizioso. Nasce, cresce (si fa per dire), muore. Ha l’ambizione di accreditarsi come alternativa di governo, ma l’unica cosa che emerge sono i dissapori interni, sempre e comunque, ma con più forza ogni volta che la scena si sposta sulla politica estera. E così l’alleanza che dovrebbe mostrarsi coesa contro la destra finisce ancora una volta per raccontare soprattutto le proprie divisioni.

L’ultimo episodio di qualche giorno fa lo conferma con una certa precisione. Dentro il Pd, si è consumata l’ennesima divisione attorno alla risoluzione unitaria con M5S e Avs. I riformisti dem non erano affatto convinti di sostenere quel testo e, sulle altre mozioni, hanno votato in modo difforme dalle indicazioni del partito. Un passaggio che non può essere liquidato come semplice scambio d’opinione diversa. Perché sulla politica estera ci si gioca una credibilità internazionale con equilibri e rapporti delicati e se una coalizione che aspira a guidare il Paese si relaziona così non risulta di certo credibile.

E il punto politico è proprio questo, su tutti gli altri temi e sull’opposizione al governo, i partiti di minoranza possono ancora trovare (a fatica) dei punti di contatto comuni, ma sulla politica estera no, lì c’è bisogno di una linea retta, comune. E in quel terreno il cosiddetto campo largo appare ogni volta più come una sommatoria di linee divergenti che come un progetto coerente.

Matteo Renzi rilancia l’allarme su una destra che punterebbe su figure identitarie per Palazzo Chigi e Quirinale, invitando il centrosinistra a mettersi insieme e vincere invece di perdersi in chiacchiere e litigi. Nicola Fratoianni, prova a spostare l’attenzione chiedendo un tavolo comune con le “forze vive del Paese” per costruire un programma chiaro. Bella intenzione. Peccato che, tra un pranzo riparatore e l’altro, il campo largo continui a somigliare più a una convivenza forzata che a una vera coalizione. Uniti nelle foto, divisi nel voto.

Il Pd prova a tenere insieme due spinte che spesso si contraddicono. Da un lato la tradizione riformista, europeista e atlantica, dall’altro la tentazione di inseguire i partner più radicali pur di non rompere il perimetro dell’alleanza. E così facendo, a ogni voto sembra di assistere a uno spettacolo già visto: appena salgono tutti sul palco, cominciano a litigare e non appena cercano un copione condiviso, emergono le diversità.

Nulla di nuovo, sembra. Ed è per questo che l’ultimo incidente parlamentare dice che il problema non è solo organizzativo o tattico, ma politico e culturale. Se non esiste una visione condivisa sui grandi dossier internazionali, il campo largo resterà una formula giornalistica più che una proposta di governo. E continuerà a offrire l’immagine di sempre, quella di forze che si cercano per convenienza e si dividono per identità.

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