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Il negoziato si spegne: Iran in postura bellica, Turchia in regia

Teheran non riconosce più alcuna cornice condivisa

di Ernesto Ferrante -


La crisi tra Iran e Stati Uniti è entrata in una fase di “irrigidimento strutturale”. Le parole pronunciate da Teheran nelle ultime ore, un crescendo di sfida, rivendicazioni militari e accuse di violazione dell’accordo provvisorio, non sono semplici reazioni emotive alle minacce di Donald Trump. Sono la manifestazione di una strategia che punta a mostrare forza, autonomia e resistenza. E che, inevitabilmente, allontana la possibilità di una soluzione diplomatica.

Teheran smentisce i progressi nelle trattative con gli Stati Uniti

Una fonte iraniana di alto livello all’agenzia britannica Reuters ha liquidato come “inesistente” qualsiasi discussione sulla proroga del cessate il fuoco, sostenendo che l’intesa non avrebbe mai avuto un vero inizio. “Gli Stati Uniti hanno violato l’accordo provvisorio 48 ore dopo la sua conclusione”, ha affermato, ribadendo che non c’è alcun margine per parlare di estensioni. È una posizione che non lascia spazio a interpretazioni. Teheran non riconosce più alcuna cornice negoziale condivisa, e considera Washington responsabile del collasso del fragile equilibrio costruito a giugno.

Un guanto di sfida lanciato al nemico

A rendere il quadro ancora più cupo sono le dichiarazioni dei vertici militari iraniani. Il generale Alireza Sheikh ha rivendicato la capacità del suo Paese di “stroncare sul nascere” qualsiasi azione di terra americana, descrivendo le “astute manovre” della Repubblica islamica come la causa della presunta confusione strategica degli Stati Uniti. La potenza iraniana, ha insistito, non si misura solo in armamenti, ma nella capacità di “cambiare il campo di battaglia” e trasformare un’azione tattica in un risultato strategico. Un linguaggio che non appartiene alla diplomazia, ma alla preparazione di un confronto prolungato.

Teheran potrebbe puntare al logoramento di Washington

Un altro alto consigliere dei Pasdaran, Mohammad Reza Naqdi, ha esplicitato ciò che molti temevano. L’Iran potrebbe voler “prolungare la guerra fino alla fine del mandato di Trump”, per logorare gli Usa e rafforzare la propria deterrenza. “Più a lungo dura questa guerra, più esperienza acquisiamo”, ha detto, sostenendo che l’esercito americano sarebbe “più debole del previsto”. Frasi che rendono quasi impraticabile qualsiasi tentativo di riportare le parti al tavolo negoziale.

Le mosse di Pakistan e Turchia

In questo contesto, mentre il Pakistan e alcuni attori regionali tentano di riaprire canali di comunicazione, emerge con chiarezza la mossa più astuta, quella di Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco ha compreso che la diffidenza verso Stati Uniti e Israele è ormai un elemento strutturale della politica mediorientale. E sta cercando di trasformarla in un vantaggio strategico. L’“Accordo della Mecca”, firmato con Arabia Saudita e Pakistan, è solo il primo tassello del disegno più ampio di costruire un’architettura regionale autonoma, che possa attrarre altri Paesi, a partire dall’Egitto, e presentarsi come alternativa alle soluzioni “importate dall’estero”.

La tattica di Erdogan

Erdogan ha rimarcato che “il futuro della regione non può essere definito indipendentemente dalla volontà dei suoi Paesi”. Un messaggio calibrato per un Medio Oriente stanco delle pressioni americane, sospettoso verso Israele, e sempre più convinto che la stabilità debba nascere da equilibri interni. Ankara si propone come mediatore, come garante, come attore capace di parlare con tutti: Teheran, Riad, Il Cairo, Islamabad. Una linea che, in un momento di paralisi diplomatica, vale oro.

La missione del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan in Egitto, con al centro lo Stretto di Hormuz e il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti, è un ulteriore segnale della volontà di Ankara di occupare lo spazio lasciato libero da Washington.

La pressione senza effetti positivi dell’Ue

Sullo sfondo, l’Unione europea e 26 Paesi hanno condannato le esecuzioni giudiziarie in Iran, denunciando l’uso della pena capitale come strumento di repressione e hanno chiesto la liberazione dei detenuti arbitrari. Ma la pressione internazionale, in questa fase, sembra avere un impatto minimo su una leadership iraniana che si percepisce sotto assedio e che risponde irrigidendo ulteriormente la propria postura.

Il risultato è un Medio Oriente in cui il dialogo arretra, i leader alzano la voce e gli equilibri si spostano. Le autorità iraniane parlano di guerra prolungata, gli Stati Uniti non trovano una strategia coerente, Israele osserva con crescente inquietudine, e la Turchia avanza con passo calcolato. La via negoziale, già stretta, ora appare quasi impraticabile. Chi tenta di riaprirla lo fa in un contesto in cui ogni parola pesa come un macigno e una singola mossa può cambiare la geometria della regione.


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