Tra garanzie e gogna: il nodo irrisolto della giustizia italiana
In una democrazia matura, il rapporto tra politica e magistratura dovrebbe restare sempre dentro un equilibrio rigoroso: la prima è chiamata a governare, la seconda a controllare il rispetto della legge. Quando questo equilibrio si spezza, o anche solo appare alterato, il rischio è che a pagarne il prezzo non sia soltanto il singolo indagato, ma la stessa credibilità delle istituzioni. È un tema antico della vita pubblica italiana, ma continua a tornare con forza ogni volta che un’inchiesta produce effetti politici immediati e irreversibili molto prima che arrivi un accertamento definitivo.
È dentro questa cornice che vanno letti casi diversi ma collegati, da Delmastro fino alla vicenda Toti. Perchè il punto non è sostenere che la politica debba essere sottratta ai controlli, tantomeno minimizzare il peso delle indagini. Il punto è un altro: capire se il circuito tra inchiesta, esposizione mediatica e conseguenze politiche, non finisca troppo spesso per trasformare un sospetto in una condanna anticipata.
Il caso Toti e la condanna anticipata dell’opinione pubblica
Il caso Toti, in questo senso, è esemplare. L’archiviazione dell’inchiesta bis sulla presunta corruzione elettorale – chiesta dalla stessa procura per insufficienza di prove sul coinvolgimento dell’ex governatore – non cancella il resto della vicenda giudiziaria, né il patteggiamento già intervenuto su altri fronti. Ma aggiunge un elemento decisivo: dimostra che nel racconto pubblico delle inchieste si crea spesso una stratificazione di accuse che, al momento della verifica processuale, può rivelarsi parziale, fragile o addirittura infondata. Solo che, nel frattempo, il danno politico e reputazionale è già stato interamente prodotto.
Ed è proprio qui che il centrodestra insiste da anni, non senza ragioni. In Italia l’inchiesta giudiziaria raramente resta confinata nel suo perimetro naturale. Diventa subito titolo, scontro, pressione, delegittimazione. Un amministratore o un esponente politico viene travolto da una tempesta nella quale l’avviso di garanzia, l’intercettazione pubblicata, il teorema accusatorio e la responsabilità penale finiscono per mescolarsi agli occhi dell’opinione pubblica. La conseguenza è che la presunzione di innocenza, principio cardine di ogni Stato di diritto, resta troppo spesso valida solo sulla carta.
Presunzione di innocenza contro la gogna preventiva
Il punto, allora, non è invocare impunità o corsie privilegiate per la politica. E neppure, come fa Bandecchi con i suoi toni volutamente provocatori, limitarsi a denunciare genericamente una magistratura che ‘decide’ la politica. Il punto serio è un altro, evitare che le inchieste diventino, di fatto, strumenti capaci di determinare cadute politiche, dimissioni, paralisi amministrative e campagne elettorali falsate prima ancora della sentenza. Perché quando l’effetto pubblico dell’accusa vale più dell’esito del processo, il problema non riguarda più soltanto un partito o un leader, ma la qualità stessa della nostra democrazia.
Per questo il centrodestra continua a porre una questione che non andrebbe liquidata come propaganda. Chi sbaglia deve pagare, ma deve farlo sulla base di prove accertate e sentenze, non sotto la pressione di una gogna preventiva. Se l’indagine diventa essa stessa pena politica, allora il confine tra giustizia e lotta politica si fa pericolosamente sottile. E uno Stato serio dovrebbe preoccuparsene molto.
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