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Ceuta, il punto di rottura: il ministro dell’Interno chiama l’Europa alla responsabilità

L'audizione di Piantedosi al Comitato Schengen

di Ernesto Ferrante -


L’audizione di Matteo Piantedosi davanti al Comitato parlamentare di controllo su Schengen segna un punto di svolta nel dibattito europeo sulla gestione delle frontiere. Con un attacco calibrato che non lascia zone d’ombra, il ministro dell’Interno ha rivendicato la scelta del governo di reintrodurre i controlli con la Spagna, definendola una misura “cautelare e organizzativa” ma inevitabile di fronte a una crisi che ha messo a nudo la vulnerabilità dell’intero spazio comune. “Le informazioni condivise hanno evidenziato la sussistenza di elevati profili di rischio per la sicurezza interna” , ha scandito Piantedosi, indicando senza giri di parole la possibilità di infiltrazioni terroristiche nei flussi provenienti dal Nord Africa.

Un perimetro normativo ben definito

La fermezza italiana, espressa con un registro istituzionale privo di esitazioni, ha trovato ascolto in diverse capitali europee. L’ex Prefetto ha ricordato come la reintroduzione dei controlli sia pratica consolidata in molti Paesi Ue (Francia, Germania, Austria, Danimarca) e come la scelta di Roma si collochi pienamente dentro il quadro normativo europeo. Nessuna iniziativa ostile verso Madrid, ha ribadito, ma una decisione dettata dall’urgenza di proteggere la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema Schengen. Una postura che, nelle ultime settimane, ha raccolto apprezzamenti per la sua coerenza e per la capacità di anticipare una crisi che altri governi hanno sottovalutato.

Il disastro di Ceuta

Il cuore politico del suo intervento si è concentrato sulla gestione spagnola della crisi di Ceuta. Il titolare del Viminale ha ricordato i numeri drammatici dell’afflusso: “circa 72.000 cittadini di Paesi terzi” in due giorni, a fronte di una popolazione locale di 83.000 abitanti, con “83 vittime” confermate e stime che parlano di oltre 140 morti. Una pressione che ha messo in ginocchio il sistema di accoglienza e che, nonostante i rimpatri, lascia ancora migliaia di persone bloccate nell’exclave. Da qui la critica, corretta ma inequivocabile, verso chi in Italia ha liquidato la crisi come “sotto controllo”. Una narrazione che “si scontra con la realtà dei fatti”.

Il pericolo della radicalizzazione

Il ministro ha poi ampliato il quadro, denunciando le “mirate campagne via social” che indirizzano decine di migliaia di cittadini extra Ue verso Ceuta e il rischio che mobilitazioni e malcontento giovanile possano essere sfruttati per “attività di radicalizzazione o reclutamento”. Una dinamica che, a suo avviso, legittima l’adozione di misure rigorose e conferma la necessità di una risposta europea coordinata. Non a caso, il vertice straordinario dei ministri dell’Interno Ue del 4 agosto ha riconosciuto la centralità del contrasto ai trafficanti, del rafforzamento delle frontiere e dei rimpatri. Esattamente i pilastri della linea italiana.

Il cortocircuito a sinistra

Nella parte finale del suo intervento, Matteo Piantedosi ha affondato il colpo politico più significativo. La crisi di Ceuta ha costretto anche la sinistra spagnola ad abbandonare l’approccio ideologico che per anni ha caratterizzato il dibattito sull’immigrazione. Le dichiarazioni dei leader di Izquierda Unida, che parlano di “più di cento vittime innocenti” e accusano il Marocco di “alzare la posta in gioco” mettendo “in pericolo la sovranità spagnola”, mostrano un cambio di registro evidente, dalla retorica solidaristica a un linguaggio pragmatico, quasi sovranista, che denuncia l’uso dei migranti come arma geopolitica.

Una metamorfosi che conferma, indirettamente, la solidità della posizione adottata dal governo Meloni. Mentre Madrid corregge la rotta, Roma mantiene una strategia fondata su controllo, responsabilità e difesa dello spazio comune. Se oggi la sinistra iberica mette in evidenza le minacce alla sovranità, la pressione migratoria insostenibile e la necessità di rivedere la politica di esternalizzazione delle frontiere, è perché la realtà ha imposto ciò che l’Italia sostiene da tempo, vale a dire che la gestione dei flussi non può essere affidata a slogan, ma a scelte concrete, anche se scomode. In Europa, il vento sta cambiando.


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